Le tan lines – i segni del costume ben marcati sulla pelle – sono diventate il nuovo status symbol dell’estate. Per ottenerle, migliaia di giovanissimi passano ore sotto il sole nelle fasce orarie più calde, rinunciando alla crema solare o sostituendola con rimedi fai-da-te. Il fenomeno ha un nome, tanmaxxing, e viaggia veloce sui social: ma quello che i “tanfluencer” non raccontano è ciò che accade alla pelle, anni dopo, quando la moda sarà già passata.
Tanmaxxing, cos’è la moda dell’abbronzatura estrema che spopola tra la Gen Z
Il tanmaxxing è la tendenza dell’estate 2026: consiste nel cercare la massima abbronzatura possibile nel minor tempo, senza protezione o con metodi alternativi, e coinvolge soprattutto giovani tra i 15 e i 29 anni. Sono nate persino delle app in cui è possibile caricare una propria foto, selezionare il livello di abbronzatura desiderato e ricevere indicazioni sui momenti della giornata in cui i raggi UV sono più intensi e su quanto tempo rimanere esposti. Su TikTok, gli hashtag come #Tanmaxxing, #Tanningtips e #Bronzeskin contano milioni di post, mentre i profili dei cosiddetti tanfluencer – gli influencer dell’abbronzatura – macinano visualizzazioni.
Il problema è che il colorito scuro tanto ricercato non è un segno di benessere. Come spiega il dermatologo newyorkese Michael Tassavor, l’abbronzatura non è un “glow-up” ma il segnale visibile che un danno al DNA della pelle è già avvenuto. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica i raggi ultravioletti e i lettini abbronzanti come cancerogeni di gruppo 1, la stessa categoria di tabacco e amianto.
I melanomi in Italia sono in aumento
I numeri, intanto, parlano chiaro. In Italia i casi di melanoma sono cresciuti costantemente negli ultimi dieci anni: dai circa 11.000 nuovi casi stimati nel 2014 ai 12.300 del 2020, fino a sfiorare oggi i 15.000, con una prevalenza leggermente superiore negli uomini.
A lanciare l’allarme è anche Paolo Ascierto, oncologo dell’Istituto Pascale di Napoli e tra i massimi esperti mondiali di melanoma. “La pelle ha una memoria”, avverte, e scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma. Quasi 9 casi su 10, ricorda, sono legati all’eccessiva esposizione ai raggi UV. Il danno poi è cumulativo: la pelle registra ogni esposizione eccessiva e presenta il conto anche a distanza di decenni. Secondo i dermatologi, un’abbronzatura non è altro che il grido delle cellule cutanee che segnalano di essere state danneggiate.
Tanmaxxing e disinformazione: la guerra alle creme solari
Sui social si moltiplicano infatti anche i contenuti che demonizzano la protezione solare, descritta come tossica o nemica della vitamina D. Uno studio dell’Università di Alberta ha analizzato 971 tra i video più visti su TikTok con l’hashtag #cremesolari: quasi l’87% ne promuoveva l’uso, ma i pochi video contrari – appena il 6% – sono proprio quelli che raccolgono più like, interazioni e condivisioni, sull’onda del potenziale virale della provocazione.
Gli esperti smentiscono i rimedi “naturali”: non esiste alcuna evidenza scientifica che olio di cocco o succo di agrumi possano sostituire una protezione certificata; al contrario, alcune sostanze contenute negli agrumi possono aumentare il rischio di reazioni fototossiche, provocando macchie e ustioni importanti. Quanto ai raggi, non basta evitare le ore centrali: gli UVA, responsabili del fotoinvecchiamento e dei danni agli strati più profondi della pelle, sono presenti durante tutto l’arco della giornata.
C’è però una nota positiva: sui social si stanno moltiplicando anche gli interventi di giovani debunker che smontano il trend, ricordando i rischi dell’esposizione “senza filtri”. Abbronzarsi in sicurezza è possibile: basta applicare una protezione SPF 30 o 50+ prima dell’esposizione, riapplicarla ogni due ore e dopo ogni bagno, senza dimenticare orecchie, collo e dorso dei piedi.
