L’Italia si trova in una fase di preoccupante stallo sul fronte dei diritti civili e dell’informazione, senza aver registrato alcun passo in avanti nell’ultimo anno. Il quadro complessivo che emerge dal rapporto Media Pluralism Monitor 2026 certifica una situazione in cui la libertà di stampa nel nostro Paese resta confinata in una fascia di rischio medio-alto, attestandosi a una percentuale del 51%. Nella classifica che prende in esame i 27 Stati membri dell’Unione Europea, la Penisola si colloca soltanto al quindicesimo posto, scivolando al di sotto della media continentale che si ferma al 49%. L’Italia viene così posizionata allo stesso livello di nazioni come la Repubblica Ceca, la Polonia e la Croazia. A pesare drammaticamente sul giudizio finale degli esperti del Centre for Media Pluralism and Media Freedom è la mancata applicazione delle più recenti tutele introdotte a livello comunitario, un ritardo legislativo che espone l’intera categoria dei giornalisti a pressioni costanti e mina la sostenibilità del settore.
Libertà di stampa, il nodo dell’indipendenza Rai e lo stallo della vigilanza parlamentare
Il capitolo relativo all’indipendenza politica evidenzia un tasso di rischio del 48%, all’interno del quale la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo rappresenta la criticità maggiore. Secondo gli analisti, la governance della Rai rimane fortemente soggetta alle influenze dirette del potere esecutivo. Questo impianto strutturale risulta in netto contrasto con i principi cardine stabiliti dall’European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo che imponeva scadenze precise per rendere trasparenti le nomine dei vertici aziendali.
Oltre al mancato adeguamento normativo, l’indagine mette in luce come per tutto il 2025 sia perdurato un totale stallo istituzionale, causato dall’assenza di un accordo politico tra le forze di maggioranza e quelle di opposizione per la nomina del presidente della Rai. Questa paralisi ha colpito direttamente anche la Commissione parlamentare di vigilanza, il cui corretto funzionamento è rimasto bloccato per ben 19 mesi. A completare il quadro di una politica che fatica a fare un passo indietro rispetto all’informazione si aggiunge l’inadeguatezza della legislazione in materia di conflitti di interesse, ferma a una legge obsoleta del 2004.
Pluralismo del mercato a rischio tra concentrazione e crisi dei ricavi
L’area in cui l’Italia registra la performance peggiore in assoluto è la pluralità del mercato, dove l’indice di rischio tocca la quota del 69%, considerata formalmente “alto rischio”. Gli autori del report — Giulio Vigevani, Nicola Canzian e Marco Cecili — denunciano un’elevata concentrazione della proprietà editoriale abbinata a una trasparenza insufficiente: le informazioni su chi siano i reali proprietari dei media risultano frammentate e inaccessibili ai cittadini. Nel complesso, il mercato dei media italiano è caratterizzato da uno squilibrio strutturale tra la solidità formale della regolamentazione e la sua efficacia pratica.
La transizione digitale ha accelerato la crisi economica della stampa tradizionale, aumentando la dipendenza dalle grandi piattaforme web per la distribuzione dei contenuti e la raccolta dei ricavi pubblicitari. Le autorità di regolamentazione come l’Agcom si scontrano con evidenti lacune nell’acquisizione dei dati e con una limitata capacità di applicazione delle norme sanzionatorie di fronte alla rapidità dei mercati online, mettendo in serio pericolo la diversità delle voci informative nel lungo periodo.
Precarietà, SLAPP e il gap di genere nelle redazioni
L’ultimo pilastro dell’analisi riguarda la protezione fondamentale della professione giornalistica, gravata da un rischio del 45%. Nel testo si parla apertamente di un clima intimidatorio diffuso che finisce per alimentare fenomeni di autocensura tra i cronisti. Le cause principali risiedono nella precarietà contrattuale e nelle retribuzioni estremamente basse riservate ai freelance, unite all’abuso sistematico delle querele temerarie (le cosiddette SLAPP, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica). L’Italia ha mancato il recepimento della direttiva UE contro tali pratiche giudiziarie, lasciando i professionisti privi di scudi legali efficaci. Casi di sorveglianza attraverso spyware e lo scandalo Paragon hanno ulteriormente esposto le fonti giornalistiche a gravi pericoli.
Infine, l’inclusione sociale evidenzia lacune strutturali sulla parità di genere, ferma a un rischio dell’83%: le donne rimangono fortemente sottorappresentate nei ruoli apicali e direzionali delle testate italiane. Davanti a questo scenario, le associazioni di categoria chiedono riforme urgenti. Il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani, ha lanciato un monito chiaro: “Il tempo sta scadendo. La situazione della libertà di stampa in Italia si sta deteriorando fino a un punto di non ritorno”.
