30 giugno 2026 – Wired Italia ha pubblicato il suo ultimo editoriale il 30 giugno 2026. La testata ha chiuso dopo diciassette anni di attività; Condé Nast ha annunciato ad aprile un ridimensionamento internazionale del gruppo. Ma quella lettera presuppone una cosa tutt’altro che scontata: che l’archivio, quando il lettore arriverà, sia ancora lì. La chiusura – annunciata ad aprile da Condé Nast – riporta al centro una domanda che riguarda chiunque pubblichi online: si possono ancora leggere gli articoli di una redazione che ha chiuso?
Il caso Tiscali e la fragilità degli archivi italiani
La risposta italiana più recente arriva da Cagliari. Il 30 aprile 2026 ha chiuso Tiscali News, tra i pionieri del giornalismo digitale fondati da Renato Soru alla fine degli anni Novanta: ventisei anni di articoli, inchieste e interviste. Come è stato ricostruito sul Post, il sito e il suo archivio sono diventati irraggiungibili pur continuando a esistere sui server di proprietà dell’azienda, oggi nel gruppo Tessellis. L’ultimo editoriale del direttore Stefano Loffredo è rimasto consultabile solo grazie alla Wayback Machine – un archivio digitale gratuito del World Wide Web gestito dall’organizzazione no-profit chiamata Internet Archive. Dopo gli appelli dell’Ordine dei giornalisti e dell’Associazione stampa sarda, e su sollecitazione del ministero della Cultura, la Soprintendenza archivistica della Sardegna ha emesso una dichiarazione di interesse storico sull’archivio, primo passo per tutelarlo. Ma non è la norma: il Post ricorda che archivi importanti come quello di Cnn Italia, o le prime pubblicazioni online di Repubblica, sono andati in gran parte perduti.
I precedenti internazionali
Il problema non è solo italiano. Nel 2024 Paramount ha staccato il sito di MTV News, cancellando dalla rete quasi trent’anni di giornalismo musicale a partire dal 1996. A salvare il salvabile è intervenuta la Internet Archive, che ha costruito un indice ricercabile di oltre 460 mila pagine recuperate dalla Wayback Machine – la stessa operazione già realizzata per testate come Gawker e Vice. È il fenomeno che gli archivisti chiamano link rot: secondo il Pew Research Center, il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 era irraggiungibile dieci anni dopo. Senza un’archiviazione attiva il contenuto digitale non si conserva da solo: una volta sparito, è quasi sempre perduto per sempre. Lo sanno bene i volontari di Archive Team, che da anni salvano interi siti prima delle chiusure annunciate
Le normative e il nodo della responsabilità
Su questo vuoto normativo provano a intervenire le leggi sul deposito legale. Nel Regno Unito il Legal Deposit Libraries Act, esteso ai contenuti digitali con i regolamenti del 2013, consente alla British Library e ad altre cinque biblioteche di archiviare sistematicamente i siti a dominio britannico. In Francia la Bibliothèque nationale raccoglie il web nazionale dal 2006. Sono esempi che affidano a un’istituzione pubblica il compito di conservare, sottraendolo alle scelte di bilancio degli editori. Ma anche le reti di sicurezza hanno le loro difficoltà: Internet Archive è bersaglio di costose cause per copyright che ne minacciano la sopravvivenza, e l’UK Web Archive è rimasto inaccessibile per mesi dopo un attacco informatico alla British Library.
E Wired?
Non si sa ancora cosa rimarrà dei diciassette anni di Wired Italia. A differenza di Tiscali, l’archivio non è protetto da alcuna dichiarazione di interesse storico, e Condé Nast – gruppo statunitense che ospita i contenuti su infrastrutture commerciali – non ha preso impegni pubblici sulla sorte dell’archivio. Come ha notato il giornalista Lorenzo Fantoni, che a Wired ha scritto a lungo, finora non è arrivata alcuna parola sul destino del sito e del suo patrimonio digitale: e quel che non viene salvato, semplicemente, si perde. Il rischio è che migliaia di articoli diventino “pagina non trovata”; una memoria pubblica affidata alla speranza che ci pensi la Internet Archive.
