I prezzi del petrolio sono tornati vicini ai livelli registrati prima dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. Nelle ultime ore le due principali quotazioni internazionali, WTI e Brent, sono scese rispettivamente intorno a 69,5 e 72,6 dollari al barile, riportandosi sui valori osservati prima dell’inizio della crisi che, nei mesi scorsi, aveva alimentato forti timori per la sicurezza delle forniture energetiche globali.
A favorire il calo delle quotazioni è stata soprattutto la ripresa, seppur ancora parziale, del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti al mondo per il transito di petrolio e gas naturale liquefatto. Dopo settimane di forti tensioni e limitazioni alla navigazione, il ritorno graduale delle petroliere lungo questa rotta ha contribuito a rassicurare i mercati.
Secondo il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright, tra martedì e mercoledì sarebbero transitate nello Stretto 72 navi, con un carico complessivo di circa 20 milioni di barili di petrolio, una quantità pari a circa un quinto del consumo mondiale giornaliero. Numeri che testimoniano una progressiva normalizzazione dei flussi energetici, anche se il traffico non è ancora tornato ai livelli precedenti alla guerra.
A sostenere il ribasso dei prezzi ha contribuito anche l’allentamento temporaneo di alcune restrizioni statunitensi sulle esportazioni petrolifere iraniane, avvenuto nel quadro della nuova fase negoziale aperta tra Washington e Teheran. Le due parti hanno infatti raggiunto un accordo preliminare che prevede una finestra di circa 60 giorni per proseguire i colloqui e cercare una soluzione più stabile alle tensioni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi.
Perché il ritorno alla normalità è ancora lontano
Nonostante il recupero dei mercati, gli analisti invitano alla prudenza. Il ritorno delle quotazioni ai livelli precedenti al conflitto non significa infatti che gli effetti della crisi siano già stati assorbiti dall’economia globale.
Molti Paesi e numerose compagnie energetiche hanno acquistato e accumulato scorte durante le settimane più difficili, quando il petrolio aveva raggiunto livelli molto più elevati. A marzo, ad esempio, il prezzo del greggio aveva toccato punte vicine ai 120 dollari al barile. Ciò significa che una parte delle forniture oggi disponibili continua a riflettere i costi sostenuti nei mesi scorsi.
Esiste inoltre un ulteriore fattore di incertezza. Diverse petroliere attendono ancora di completare le operazioni di transito e di consegna del carico accumulato durante la fase di blocco. Un ritorno troppo rapido di grandi quantità di petrolio sul mercato potrebbe generare squilibri temporanei tra domanda e offerta, con effetti difficili da prevedere sulle quotazioni.
Il peso dei negoziati tra Stati Uniti e Iran
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il mercato petrolifero potrebbe andare incontro a una fase di abbondanza dell’offerta nei prossimi anni, soprattutto se la produzione globale tornerà progressivamente ai livelli precedenti alla crisi. Tuttavia la domanda mondiale resta elevata, anche perché molti governi stanno rafforzando le proprie riserve strategiche per proteggersi da eventuali future emergenze energetiche.
La principale incognita resta comunque politica. La riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno della fiducia sui mercati sono strettamente legati all’evoluzione dei negoziati tra Iran e Stati Uniti. Al momento non esiste ancora un accordo definitivo sulla gestione futura del passaggio marittimo, e le posizioni delle due parti rimangono distanti su diversi aspetti.
Per questo motivo, nonostante il forte ridimensionamento delle quotazioni registrato negli ultimi giorni, gli operatori continuano a guardare con attenzione agli sviluppi diplomatici. Il petrolio è tornato ai livelli precedenti alla guerra, ma la stabilità del mercato energetico internazionale dipenderà in larga misura dall’esito delle trattative in corso e dalla capacità della regione di evitare nuove tensioni.
