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La fine dei deepfake? Come l’Unione Europea smaschererà ogni contenuto creato dall’AI

La Commissione Europea introduce un codice di buone pratiche per l'etichettatura dei contenuti AI, obbligatoria da agosto, per combattere le manipolazioni e garantire il più possibile la trasparenza

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Unione Europea, stretta sui contenuti generati dall'AI | nella foto, delle bandiere dell'Unione Europea

Delle bandiere dell'Unione Europea | Pixabay @PeskyMonkey - alanews

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

11 giugno 2026 – L’Unione Euoropea ha messo sul tavolo un documento destinato a cambiare le regole sui contenuti creati dall’AI. Dal 2 agosto 2026 in poi, ogni contenuto prodotto o modificato dall’intelligenza artificiale dovrà riportare chiaramente questa origine. Non si tratta di un semplice obbligo formale, ma di un passo deciso per arginare manipolazioni e disinformazione, ormai diffuse in un mondo digitale sempre più dominato da tecnologie sofisticate. A guidare questa trasformazione sarà un codice di buone pratiche pensato per orientare chi lavora nel settore tra le norme in continuo cambiamento

Cosa prevede l’AI Act

Con l’entrata in vigore dell’AI Act, prevista per 2 agosto 2026, tutti i contenuti prodotti o alterati dall’intelligenza artificiale dovranno essere chiaramente riconoscibili. La normativa è stata introdotta dal regolamento Ue 2024/1689 ma la sua vera applicazione scatta quest’estate. Le ultime aggiunte alla normativa riguardano video, immagini, audio e testi diffusi senza alcun controllo umano, in particolare i cosiddetti deepfake, quei contenuti sintetici che riproducono volti, voci o scene di persone reali in modo molto credibile. Chi distribuisce questi contenuti dovrà etichettarli in maniera leggibile anche dai sistemi automatici, per facilitarne il controllo e garantire trasparenza agli utenti.

Un altro punto importante riguarda gli strumenti conversazionali basati sull’IA, come i chatbot. Chi interagisce con questi sistemi dovrà essere informato chiaramente che non sta parlando con una persona, ma con una macchina. Questa misura serve a tutelare il diritto all’informazione e a ridurre il rischio di inganni.

Il codice, redatto da sei esperti indipendenti con il contributo di oltre 180 soggetti tra aziende tecnologiche, università, enti pubblici e associazioni civili, si divide in due parti. La prima indica come i fornitori di sistemi generativi devono marcare i contenuti IA in modo leggibile per i dispositivi automatici. La seconda si rivolge ai distributori, che devono evidenziare l’origine artificiale dei contenuti, specialmente quelli pubblicati senza revisione umana. Chi aderirà fin da ora al codice potrà adeguarsi più facilmente quando le regole diventeranno obbligatorie.

La battaglia contro la manipolazione dell’informazione da parte dell’Unione Europea

Il problema della manipolazione mediatica non nasce con il digitale. Durante la Seconda guerra mondiale, le potenze in conflitto usarono fotografie false e documenti contraffatti per influenzare le opinioni pubbliche. In seguito, con l’avvento della televisione, vennero creati i primi codici etici per distinguere le notizie vere dalla propaganda. Con l’arrivo delle reti digitali e dei social network, la questione è esplosa. I primi casi di disinformazione mirata risalgono ai primi anni Duemila, ma a far scattare un allarme globale è stata la manipolazione delle elezioni americane del 2016. Da allora, le fake news sono diventate un fenomeno organizzato e amplificato dagli algoritmi, non solo il frutto di scontri politici o ideologici.

L’arrivo dei modelli generativi come GPT-3, dal 2020 in poi, ha contribuito a modificare ulteriore il fenomeno. Non si parla più di falsificazioni artigianali, ma di produzioni massive, rapide e a basso costo, con un realismo quasi perfetto. I deepfake sono passati dall’ambito illecito del porno a un’arma di disinformazione politica, con video falsi di personaggi internazionali, audio manipolati e testi firmati da intelligenze artificiali come se fossero scritti da persone.

L’Unione Europea ha risposto passo dopo passo. Nel 2022, il Digital Services Act ha imposto alle grandi piattaforme online obblighi di trasparenza. Ora, con l’AI Act, il campo d’azione si sposta alla fonte stessa dei contenuti digitali. Il codice di etichettatura del 10 giugno completa questo percorso, puntando a mettere i cittadini europei al centro, con la trasparenza come base per costruire fiducia.

La sfida dell’Unione Europea sull’uso dell’Intelligenza Artificiale

Dietro queste nuove regole c’è una forte tensione politica ed economica. Mentre Bruxelles si muove con rigore e cautela, Stati Uniti e Cina sembrano andare più veloci e con meno vincoli nello sviluppo tecnologico. Questo divario potrebbe mettere le imprese europee in una posizione di svantaggio sul mercato globale. La Commissione europea però è consapevole del rischio. Ha scelto di puntare su credibilità e trasparenza come punti di forza per le aziende europee. L’idea è che un’IA certificata e conforme alle regole possa diventare un segno di qualità riconosciuto anche fuori dall’Unione.

Il nuovo codice di buone pratiche, ancora aperto alla firma, vuole essere uno strumento flessibile per accompagnare chi produce e distribuisce contenuti IA in questa rivoluzione normativa. Tutto si giocherà sulla capacità di garantire chiarezza e responsabilità. E, alla fine, saranno i mercati e gli utenti a decidere se scegliere un’informazione vera o una sempre più pericolosa manipolazione.

Per approfondire: Anthropic chiede una pausa nello sviluppo dell’IA autonoma, ma cresce il dissenso degli esperti

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