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Social network vietati ai minori di 16 anni: il caso della Malaysia

Una stretta storica cambia le regole della vita digitale nel sud-est asiatico, imponendo limiti severi alle piattaforme più popolari per tutelare i più giovani

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Social Network vietati ai minori di 16 anni

Social network | Pixabay @LoboStudioHamburg

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

In Malaysia è entrato in vigore un divieto che potrebbe segnare un precedente per molti altri paesi. A partire da questa mattina, lunedì 1 giugno 2026, l’accesso ai social media è diventato oggetto di una normativa rigorosa, pensata per gestire il rapporto tra le nuove generazioni e lo spazio sul web. Un provvedimento che punta a ridefinire i confini della vita digitale e che costringe i colossi tecnologici a un cambio di rotta nelle proprie politiche di registrazione.

Social network: scatta il divieto di accesso per i minori di 16 anni

La misura, preannunciata dal governo malese lo scorso novembre, entra ufficialmente nel vivo: le aziende che gestiscono i social network – ovvero tutte le piattaforme con una base utenti superiore agli 8 milioni nel paese – hanno l’obbligo categorico di impedire la creazione di nuovi profili a chi non ha ancora compiuto 16 anni.

Per garantire l’osservanza di questa norma, i gestori devono implementare sistemi di verifica dell’età certificati, in grado di autenticare l’identità digitale degli iscritti prima che possano varcare la soglia del mondo virtuale. La portata economica di questo intervento è significativa: le società che non rispetteranno le disposizioni andranno incontro a sanzioni pecuniarie che possono toccare la cifra record di 10 milioni di ringgit, pari a circa 2,5 milioni di euro. Si tratta di un segnale di estrema fermezza inviato alle Big Tech, con l’intento di limitare i rischi legati all’esposizione prolungata ai contenuti digitali e alle architetture delle app studiate per favorire la permanenza compulsiva degli utenti più giovani.

Il contesto internazionale: un modello in espansione

La scelta della Malaysia non è un caso isolato, ma si inserisce in un dibattito globale sempre più acceso sulla salute mentale degli adolescenti. Il primo paese a fare da apripista in questo senso è stata l’Australia, che già a fine 2025 ha introdotto limitazioni simili. Anche altri stati stanno seguendo la stessa scia: l’Indonesia ha avviato riflessioni concrete su e-commerce e piattaforme di intrattenimento, mentre in Europa paesi come Francia, Spagna e Danimarca stanno monitorando l’efficacia di questi modelli per sviluppare approcci normativi nazionali.

Negli Stati Uniti, la questione è già approdata nelle aule di tribunale con esiti storici: a marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google per aver progettato i loro servizi con l’obiettivo deliberato di creare dipendenza tra gli utenti più giovani, contribuendo all’aumento di ansia, depressione e fenomeni di autolesionismo. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza, con oltre 1.200 cause simili ancora pendenti in tutto il paese. La discussione ha assunto una portata globale: proteggere la stabilità emotiva dei ragazzi è ormai una priorità che trascende i confini geografici, sebbene le soluzioni proposte varino sensibilmente da nazione a nazione.

La sfida, dunque, è solo all’inizio. Mentre la Malaysia muove il primo passo ufficiale, il mondo resta a guardare i risultati di questo esperimento sociale, pronti a capire se le restrizioni basate sull’anagrafica sapranno davvero arginare i rischi del web o se questo sia solo un rimedio temporaneo a un problema di ben più ampia portata.

Per approfondire: Social vietati ai minori: come sono regolamentati i Paesi nel mondo?

 

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