Il 21 maggio, a Palermo, la Dda di Maurizio De Lucia ha fatto irruzione a Campobello di Mazara, nel Trapanese. Obiettivo: la casa e lo studio di un’avvocatessa locale, scomparsa da poco, nota per aver difeso Matteo Messina Denaro e alcuni suoi uomini. Lei non è indagata, ma gli investigatori stanno esplorando ogni filo dei suoi rapporti, cercando di capire se dietro ci siano legami con la mafia.
La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, con a capo Maurizio De Lucia, ha coordinato carabinieri e polizia in un’operazione mirata proprio a ricostruire i legami intorno a Matteo Messina Denaro, da tempo bersaglio di una vasta indagine per mafia e favoreggiamento. L’ex avvocatessa di Campobello di Mazara, che ha avuto contatti diretti con il superlatitante, è finita sotto i riflettori per il suo passato ruolo di difensore legale del boss e di chi lo ha aiutato.
Nonostante la sua morte, gli investigatori hanno effettuato un blitz nelle sue proprietà. Anche lo studio legale, ora gestito dal figlio, è stato perquisito alla presenza del pubblico ministero Gianluca De Leo, a dimostrazione della meticolosità con cui si stanno esaminando i presunti legami di complicità.
Perquisizioni senza indagati: cosa cercano gli inquirenti legato a Messina Denaro
L’avvocatessa non risulta iscritta nel registro degli indagati. Le perquisizioni fanno parte di una fase più ampia dell’inchiesta, volta a trovare elementi che possano far avanzare le indagini su Messina Denaro e i suoi accoliti. Le autorità sono alla ricerca di documenti, comunicazioni o qualsiasi traccia che possa aiutare a ricostruire la rete di sostegno legale e logistico che ha permesso al boss di rimanere latitante per tanto tempo.
L’attenzione rivolta a una figura professionale come quella dell’avvocatessa sottolinea come, nelle indagini antimafia, il legame tra rapporti personali e professionali possa rivelarsi decisivo. Negli ultimi mesi, la Dda ha intensificato gli accertamenti per smantellare ogni possibile appoggio sul territorio. Questo intervento si inserisce in un quadro più ampio di controlli mirati. I prossimi sviluppi sull’attività dello studio legale e sui rapporti del figlio saranno fondamentali per chiarire eventuali responsabilità.
A Campobello di Mazara prosegue dunque l’attività degli inquirenti, che scavano tra passato e presente della famiglia dell’ex avvocatessa, in attesa di riscontri concreti che possano fare luce sul ruolo di figure apparentemente di secondo piano nella rete mafiosa di Matteo Messina Denaro.
Indagate le sorelle di Matteo Messina Denaro
Inoltre, le sorelle di Matteo Messina Denaro, Giovanna e Bice, sono indagate per procurata inosservanza della pena, in quanto hanno aiutato il fratello a sottrarsi alla cattura quando era ricercato. Nonostante la procura avesse contestato loro l’associazione mafiosa e ne avesse chiesto l’arresto, il giudice ha deciso di modificare l’accusa e di non disporre la misura per mancanza delle necessarie esigenze cautelari (venute a mancare in seguito alla morte del boss mafioso). I pm hanno quindi proposto un appello al tribunale del Riesame.
Oggi, tra le sorelle del boss, l’unica ancora in carcere è Rosalia Messina Denaro, che sta scontando una condanna a 14 anni per associazione mafiosa. Patrizia Messina Denaro, invece, ha già terminato di espiare la pena di 14 anni e mezzo per mafia ed è tornata libera lo scorso luglio. Fuori dal carcere anche il fratello maggiore Salvatore.
Resta detenuto Francesco Guttadauro, figlio di Rosalia, mentre suo padre Filippo Guttadauro — marito della donna — è sottoposto al cosiddetto “ergastolo bianco”. In carcere si trova anche Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, condannato in appello a 22 anni per mafia. La sua posizione dovrà però essere nuovamente valutata dopo che la Cassazione ha disposto il rinvio del processo di secondo grado per rideterminare la pena.
Rosario Allegra, marito di Giovanna Messina Denaro, è invece morto durante la detenzione. Ha infine già scontato la propria condanna Vincenzo Panicola, marito di Patrizia Messina Denaro, che era stato condannato a otto anni ed è stato successivamente scarcerato.
