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Subito dopo Trump arriva Putin a Pechino, mentre l’UE cerca un inviato speciale

Dopo pochi giorni dalla visita di Trump a Pechino, è arrivato il Premier Russo, mentre l’UE sta ancora passando al vaglio le opzioni per un inviato.

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Colloquio tra Xi Jinping e Putin

Colloquio tra Xi Jinping e Putin Febbraio 2026 | Shutterstock - alanews

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Il 20 Maggio 2026, Vladimir Putin è stato accolto a Pechino da Xi Jinping in un incontro volto a riaffermare i legami tra i due Paesi, a pochi giorni dalla visita di Donald Trump nella capitale cinese. Ad attenderlo c’era il ministro degli Esteri Wang Yi prima e il presidente Xi Jinping poi. Secondo gli analisti interpellati da NPR, il messaggio è lampante: la Cina mantiene amicizia e partnership strategica con qualsiasi potenza le piaccia, e gli Stati Uniti sono solo una di queste. Una diplomazia della porta aperta, purché passi dal canale energetico.

Lo scambio diplomatico con Putin

La visita di Putin è stata calcolata per coincidere con il 25° anniversario del Trattato di buon vicinato del 2001. Il Cremlino ha comunicato ufficialmente che i due leader avrebbero discusso “i modi per rafforzare ulteriormente il partenariato globale e la cooperazione strategica” e si sarebbero “scambiati opinioni sulle principali questioni internazionali e regionali.” Il tono è volutamente simbolico: rivolgendosi a Xi come “caro amico“, ha citato un antico proverbio cinese riportato dall’ANSA: “Non ci vediamo da un giorno, eppure sembra siano passati tre autunni“. Xi ha risposto: “È grazie alla fedeltà incrollabile e al coraggio dimostrato in tempi difficili che la Cina e la Russia sono riuscite a raggiungere un livello così elevato nelle loro relazioni.”

Siglato accordo congiunto

I due presidenti hanno firmato, al termine dei colloqui durati circa tre ore, una dichiarazione congiunta sull’ulteriore rafforzamento del partenariato globale e dell’interazione strategica tra Russia e Cina. La cerimonia di firma si è svolta nella Grande Sala del Popolo e, complessivamente, le parti hanno siglato circa 40 documenti bilaterali, tra cui una dichiarazione sullo sviluppo di un ordine mondiale multipolare e l’estensione del Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione. 

L’asse energetico Putin-Xi

Il fulcro di questo scambio, al di là della retorica diplomatica, riguarda il petrolio e sul gas. La Cina è diventata il principale partner commerciale della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, e le sanzioni occidentali hanno accelerato una dipendenza reciproca che oggi è difficilmente reversibile.

Secondo i dati forniti dal Cremlino, le esportazioni di petrolio russo verso la Cina sono cresciute del 35% nel solo primo trimestre del 2026. Complessivamente, Pechino assorbe tra il 48 e il 51% del greggio esportato da Mosca.

Putin ha ribadito la centralità di questo asse nel suo discorso: “Sullo sfondo della crisi in Medio Oriente, la Russia continua a mantenere il ruolo di fornitore affidabile di risorse, mentre la Cina quello di consumatore responsabile di tali risorse.” Un equilibrio presentato come mutuamente vantaggioso, ma che cela una asimmetria di fondo: è Mosca ad aver bisogno di Pechino, non viceversa. Come ha dichiarato a CNBC Sergei Guriev, dean della London Business School, la Cina “ha costruito riserve energetiche sostanziali e può aspettare che il conflitto in Medio Oriente si risolva.”

L’UE rimane a guardare? Per ora sì

Mentre Mosca e Pechino stringono il loro asse, l’Europa arranca sul fronte diplomatico. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, nell’UE si sta facendo strada l’idea di nominare un rappresentante speciale per colloqui diretti con il Cremlino, nel timore che Washington e Mosca possano costruire un accordo su Kiev senza che Bruxelles abbia un posto al tavolo.

I nomi che circolano sono tre: l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente finlandese Alexander Stubb e l’ex premier italiano Mario Draghi. Tutti e tre, però, presentano delle criticità. La Merkel parla russo e conosce Putin da decenni, ma si è già auto esclusa dichiarando che “bisogna avere il potere politico” per sedersi a trattare. Stubb dovrebbe ottenere un ampio consenso europeo, ma la recente adesione della Finlandia alla NATO ne riduce l’attrattiva agli occhi della Russia. Draghi rimane il profilo considerato più equilibrato: “né eccessivamente bellicoso né simpatico al Cremlino“, secondo Politico – ma non ha mai manifestato interesse per il ruolo.

Come ha avvertito Jana Kobzova, senior fellow del Consiglio europeo per le relazioni estere, i colloqui diretti non dovrebbero avvenire “per il gusto di trattare“: l’UE ha bisogno prima di chiarezza sul messaggio che vuole inviare. Per ora, mentre Putin e Xi firmano dichiarazioni e stringono accordi, l’Europa è ancora a discutere su chi mandare.

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