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Brigate Rosse, Azzolini rompe il silenzio sulla sparatoria del 1975

Nel corso di un’udienza particolarmente lunga, Azzolini ha ammesso di aver fatto fuoco durante l’azione del 5 giugno 1975

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Lauro Azzolini

Lauro Azzolini | ANSA / RAI - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

A distanza di quasi cinquant’anni dai fatti, il processo sulla sparatoria di Cascina Spiotta torna al centro dell’attenzione con le dichiarazioni di Lauro Azzolini, ex militante delle Brigate Rosse, oggi imputato per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. Davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, l’82enne ha ripercorso quei momenti drammatici, insistendo su un punto: secondo la sua versione, quello scontro a fuoco non avrebbe dovuto provocare vittime.

La testimonianza di Azzolini in aula

Nel corso di un’udienza particolarmente lunga, Azzolini ha ammesso di aver fatto fuoco durante l’azione del 5 giugno 1975, descrivendo la scena come caotica e fuori controllo. Ha parlato di una situazione degenerata rapidamente, in cui più persone sparavano contemporaneamente, rendendo impossibile stabilire con precisione le responsabilità individuali.

Il conflitto a fuoco si verificò quando i carabinieri intervennero in un casolare dell’Alessandrino, dove alcuni brigatisti tenevano sotto sequestro l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. L’operazione, nata per finanziare l’organizzazione armata, sfociò in uno scontro violento che portò alla morte dell’appuntato D’Alfonso, deceduto alcuni giorni dopo, e di Margherita Cagol, tra i fondatori delle Brigate Rosse.

Il ruolo dei vertici delle Brigate Rosse

Nel procedimento sono coinvolti anche Renato Curcio e Mario Moretti, indicati dall’accusa come i dirigenti che avrebbero autorizzato il sequestro e dato indicazioni operative, inclusa la possibilità di uno scontro armato. La loro posizione si inserisce in una ricostruzione più ampia che attribuisce ai vertici dell’organizzazione la responsabilità strategica dell’azione.

Azzolini, però, ha fornito una versione diversa, sostenendo di essere entrato nelle Brigate Rosse solo nel 1975 e di aver partecipato al sequestro Gancia come prima esperienza, senza una reale preparazione militare. Una circostanza contestata dal pubblico ministero, che ha sottolineato come l’uso, anche parziale, delle armi abbia avuto conseguenze fatali.

Il racconto della sparatoria e il Memoriale Spiotta

Gran parte dell’udienza si è concentrata sulla ricostruzione dei fatti, anche alla luce del cosiddetto Memoriale Spiotta, il documento redatto dallo stesso Azzolini pochi giorni dopo la sparatoria. Quel testo, recuperato nel 1976 in una base brigatista a Milano e analizzato nuovamente a distanza di decenni, è stato determinante per riaprire il caso.

Durante l’interrogatorio, il pubblico ministero ha evidenziato alcune incongruenze nel memoriale, tra cui errori nella descrizione delle ferite di Cagol. Azzolini ha attribuito queste imprecisioni allo stato emotivo vissuto in quei momenti, segnati – a suo dire – da tensione e shock.

Nonostante le domande incalzanti, non è emersa una versione definitiva su chi abbia materialmente colpito a morte D’Alfonso. Alla richiesta di chiarimenti, l’ex brigatista ha ribadito la confusione generale, evitando di indicare responsabilità precise.

La fuga di Azzolini

Dopo la sparatoria, Azzolini riuscì a fuggire attraverso i boschi della zona, in una fuga che ha descritto come improvvisata e difficoltosa, tra attraversamenti di corsi d’acqua e giorni trascorsi all’aperto. Solo successivamente apprese della morte di Cagol, una notizia che – ha raccontato – lo colpì profondamente.

Per decenni, la sua presenza a Cascina Spiotta è rimasta ignota. Nonostante l’arresto nel 1978 e i successivi processi legati ad altre vicende, il suo coinvolgimento in quell’episodio è emerso solo nel 2025, quando ha ammesso i fatti all’inizio del processo.

Le indagini riaperte e il ruolo della famiglia

La riapertura del caso è stata possibile anche grazie all’iniziativa di Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, che ha presentato un esposto in procura. Le nuove analisi sul memoriale e sulle impronte hanno contribuito a riaccendere l’attenzione giudiziaria su un episodio rimasto a lungo senza una piena ricostruzione.

Durante l’udienza, tuttavia, l’esame di Azzolini si è interrotto bruscamente dopo oltre quattro ore, quando l’imputato ha dichiarato di non ricordare ulteriori dettagli, lasciando senza risposta diverse domande, comprese quelle delle parti civili.

Il nodo irrisolto sulla morte di Margherita Cagol

Un altro punto controverso riguarda la morte di Margherita Cagol. Secondo la versione contenuta nel memoriale, la donna sarebbe rimasta sul prato con le mani alzate dopo la fuga dei compagni, per poi essere colpita successivamente. Una ricostruzione che contrasta con quella fornita all’epoca dai carabinieri.

La richiesta di una nuova perizia balistica, avanzata dalle difese di Curcio e Moretti, è stata respinta dalla Corte d’Assise. Di conseguenza, anche su questo aspetto, difficilmente emergeranno nuovi elementi in grado di chiarire definitivamente la dinamica dei fatti.

Il processo prosegue quindi tra versioni contrastanti e zone d’ombra, con l’obiettivo di fare luce su uno degli episodi più controversi degli anni di piombo, ancora oggi segnato da interrogativi irrisolti.

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