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Pifferi, la difesa: “Non fu omicidio volontario ma colposo o abbandono”

La difesa di Alessia Pifferi ricorre in Cassazione, evidenziando disturbi psichici e un’infanzia difficile per chiedere la rivalutazione della condanna e delle attenuanti

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Condanna Alessia Pifferi

Condanna Alessia Pifferi | ANSA/MATTEO CORNER - alanews

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Torino, 4 marzo 2026 – La difesa di Alessia Pifferi ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza emessa dalla Corte d’appello di Milano, che ha confermato la condanna a 24 anni di carcere per la morte della figlia Diana, di 18 mesi. Secondo l’avvocato Cristian Scaramozzino, che rappresenta la donna, i fatti non configurano un omicidio volontario ma, al massimo, un omicidio colposo con colpa cosciente o un caso di abbandono di minore.

La difesa contesta la qualificazione del reato

L’avvocato Scaramozzino contesta l’“errata qualificazione giuridica del fatto” da parte dei giudici milanesi, sottolineando la mancata applicazione delle attenuanti generiche prevalenti rispetto all’aggravante. La difesa richiama in particolare la condizione psicologica di Alessia Pifferi, evidenziata anche dalla Corte d’appello, che ha riconosciuto “un disturbo psichico strutturato” e “un funzionamento cognitivo significativamente compromesso”.

La difesa ha inoltre documentato l’infanzia difficile della donna, caratterizzata da isolamento sociale, disarmonia evolutiva, alessitimia (incapacità di riconoscere e descrivere le proprie emozioni), inadeguatezza identitaria e violenza sessuale subita a undici anni. Nonostante ciò, secondo Scaramozzino, i giudici non hanno riconosciuto nemmeno un vizio parziale di mente, procedendo a una “analisi metafisica” dell’animo umano.

La perizia psichiatrica e i comportamenti di Alessia Pifferi

Le nuove perizie psichiatriche confermano che Alessia Pifferi era capace di intendere e di volere al momento dei fatti, in quanto in grado di pianificare le azioni e prevedere le conseguenze dell’abbandono della figlia. Tuttavia, la donna avrebbe vissuto una “disconnessione” rispetto al suo ruolo materno, mantenendo un ricordo dettagliato e affettivo della vicenda.

La difesa rileva che Pifferi aveva già lasciato la bambina sola in casa in altre due occasioni, ritenendo che potesse sopportare brevi periodi di autonomia, e sottolinea che non è dimostrata una “accettazione consapevole della morte” della piccola, parametro essenziale per configurare l’omicidio con dolo eventuale. La Corte giudica “sconcertanti e irrazionali” le azioni della madre nel tentativo di rianimare la figlia dopo il ritrovamento, un comportamento che secondo la difesa segnala l’assenza di volontarietà.

Lo Studio Legale Scaramozzino, fondato dall’avvocato Cristian Scaramozzino a Torino nel 2007, è specializzato in diritto penale e segue da vicino il caso, presentando un’analisi che punta a una rivalutazione del quadro giudiziario in considerazione dello stato psichico dell’imputata e del contesto familiare complesso da cui proviene.

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