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Troppi investimenti e aspettative: perché l’AI rischia di esplodere come le dot-com

Banche centrali, fondi internazionali e analisti iniziano a temere che il settore delle AI non regga il peso delle proprie promesse

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Troppi investimenti e aspettative: perché l’AI rischia di esplodere come le dot-com
Vittorio De Bellaro di Vittorio De Bellaro

Giornalista e autore per Alanews.it, si occupa di attualità, politica, economia e società con particolare attenzione all’analisi dei fatti e alla verifica delle fonti. Il suo lavoro si concentra sulla cronaca e sull’approfondimento dei temi che influenzano il dibattito pubblico, con uno stile chiaro, rigoroso e orientato alla comprensione dei fenomeni contemporanei. Attraverso articoli, analisi e contenuti multimediali contribuisce alla produzione editoriale di Alanews, seguendo i principali eventi nazionali e internazionali e raccontandoli con un approccio informativo indipendente e basato sui principi del giornalismo professionale.

C’è un entusiasmo palpabile intorno all’intelligenza artificiale, un’euforia che ricorda da vicino altri momenti storici in cui l’innovazione sembrava destinata a riscrivere le regole dell’economia mondiale. Ma nelle ultime settimane, il tono di molti osservatori è cambiato. La Banca d’Inghilterra e il Fondo Monetario Internazionale si sono uniti al coro di economisti e analisti che mettono in guardia da un rischio concreto: che la nuova frontiera tecnologica dell’AI stia diventando una bolla speculativa, gonfiata da aspettative esagerate e investimenti difficilmente sostenibili nel lungo periodo.

Il sospetto è che la corsa all’intelligenza artificiale, più che su risultati concreti, si regga ancora su una narrazione potente e su un ottimismo quasi messianico. Come accadde negli anni Novanta con le dot-com, la fiducia cieca nel potenziale futuro sembra oggi sostituirsi a una reale capacità di generare valore tangibile.

L’entusiasmo che spinge l’economia americana

Negli ultimi due anni, l’impatto economico dell’intelligenza artificiale è stato impressionante. Le aziende tecnologiche statunitensi hanno investito centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo di data center, infrastrutture gigantesche necessarie per far funzionare i modelli linguistici e gli algoritmi generativi. Questa spinta ha contribuito in modo significativo alla crescita del Pil degli Stati Uniti, con il settore tech che da solo rappresenta circa il 40% del valore complessivo dello S&P 500, l’indice che raccoglie le 500 aziende più capitalizzate del Paese.

Tuttavia, diversi esperti avvertono che una parte di questa crescita si basa su fondamenta instabili. Se la fiducia degli investitori dovesse vacillare, il contraccolpo potrebbe essere rapido e profondo. La Banca d’Inghilterra nel suo ultimo rapporto parla di valutazioni di mercato “paragonabili” ai livelli della bolla internet di fine anni Novanta. Un’analisi di MacroStrategy Partnership spinge ancora oltre: secondo i suoi calcoli, la “bolla dell’AI” sarebbe 17 volte più grande di quella delle dot-com e otto volte superiore alla bolla dei mutui sub-prime che scatenò la crisi del 2008.

La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha espresso una preoccupazione simile: “La crescita delle aziende tecnologiche si è basata su un ottimismo smisurato riguardo alle capacità delle AI di migliorare la produttività. Ma la realtà, per ora, non conferma questo slancio”.

Un settore che brucia miliardi più velocemente di quanto ne produca

Al cuore di questa contraddizione c’è un dato difficile da ignorare: le AI non generano ancora ricavi proporzionati agli investimenti. Le aziende più grandi, da OpenAI a Meta, da Google a Amazon, spendono somme astronomiche per alimentare l’espansione di infrastrutture sempre più energivore. Lo scorso gennaio, OpenAI ha annunciato un piano da 500 miliardi di dollari per costruire nuovi data center, mentre Meta prevede investimenti simili nel prossimo quinquennio.

Dietro questi numeri si nascondono due promesse ancora tutte da dimostrare.
La prima è che l’uso dell’intelligenza artificiale diventerà così diffuso da giustificare l’attuale espansione infrastrutturale. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha dichiarato che per sostenere la domanda crescente di ChatGPT e dei futuri modelli sarà necessaria una capacità di calcolo di 10 gigawatt, equivalente a 10 reattori nucleari. Un obiettivo che richiederebbe circa 100 miliardi di dollari di energia e infrastrutture solo per alimentare i sistemi.

La seconda promessa è che questa tecnologia riuscirà davvero a migliorare la produttività a livello globale, permettendo di compensare gli enormi costi iniziali. Ma le evidenze, per ora, non sono univoche.

L’effetto produttività: mito o realtà?

Le aspettative sul contributo dell’AI alla crescita economica restano ambiziose ma incerte. Secondo uno studio della Wharton School of the University of Pennsylvania, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul Pil statunitense potrebbe arrivare allo 0,2% annuo negli anni Trenta, per poi stabilizzarsi. Il premio Nobel per l’Economia Daron Acemoglu, docente al MIT, è leggermente più ottimista e stima un aumento della produttività dello 0,7% nei prossimi dieci anni — “non irrilevante, ma neanche rivoluzionario”, ha commentato.

Altri studi, come quello della University of Chicago, non riscontrano alcun impatto misurabile sulla produttività finora. E un’analisi della Harvard Business Review suggerisce addirittura che, a breve termine, l’introduzione massiccia di tecnologie AI possa avere un effetto negativo, disorientando le imprese e alterando processi lavorativi consolidati.

Nonostante ciò, molti leader del settore restano convinti del potenziale trasformativo dell’AI. Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, ha dichiarato che gli oltre 2 miliardi di dollari investiti dalla banca nell’intelligenza artificiale “sono già stati ripagati”, citando miglioramenti nei processi e una riduzione dei costi grazie all’automazione.

Il quadro è quindi polarizzato: da un lato i sostenitori che vedono nelle AI un cambio di paradigma inevitabile, dall’altro economisti che temono un effetto boomerang simile a quello delle bolle precedenti.

Nvidia, il motore (e possibile tallone d’Achille) dell’intero sistema

Un nome domina più di ogni altro questa nuova era tecnologica: Nvidia. L’azienda americana è diventata il baricentro economico della rivoluzione AI, grazie al monopolio quasi totale sulle GPU, i processori necessari per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Ogni data center, ogni nuovo progetto AI, dipende da Nvidia.

Il risultato è che in soli due anni la società ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 4.500 miliardi di dollari, più di Apple e Amazon messe insieme. Tuttavia, molti osservatori notano che questa crescita è in gran parte sostenuta da un circuito autoreferenziale. Secondo Bloomberg, Nvidia finanzia direttamente alcune aziende di intelligenza artificiale — tra cui OpenAI, xAI e Oracle — affinché costruiscano data center che useranno proprio le sue GPU. Un modello “circolare” che alimenta la domanda del suo stesso prodotto, ma che rischia di collassare nel momento in cui l’entusiasmo del mercato rallentasse.

Il paradosso dell’AI: tra fede e scetticismo

La forza dell’intelligenza artificiale oggi non risiede tanto nei risultati concreti, quanto nella narrativa che la circonda. È una tecnologia che promette di risolvere tutto: l’efficienza aziendale, la produttività, l’istruzione, la sanità, persino la creatività. Il Financial Times ha definito l’AI “la nuova cura miracolosa dell’economia”, una sorta di panacea moderna capace di generare crescita senza precedenti.

Eppure, dietro le promesse scintillanti si nasconde una realtà complessa. Il ritmo con cui vengono annunciati modelli sempre più grandi e funzioni sempre più evolute è impressionante, ma il passo con cui queste innovazioni producono benefici economici reali è molto più lento. Gli stessi protagonisti del settore lo ammettono: Sam Altman ha parlato apertamente di una “sovraeccitazione degli investitori”, mentre Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha definito la situazione una “bolla industriale”, più che finanziaria.

Secondo Bezos, infatti, “le aspettative sono probabilmente esagerate rispetto ai risultati concreti, ma il percorso che stiamo costruendo — data center, infrastrutture, capacità computazionale — avrà comunque un valore duraturo”. Una posizione intermedia, che riconosce l’eccesso speculativo ma non nega il potenziale strutturale della tecnologia.

La posta in gioco: più che una bolla, una scommessa sul futuro

Il rischio, oggi, non è soltanto economico ma sistemico. Gli investimenti nelle AI rappresentano quasi il 40% della crescita del Pil statunitense: un eventuale ridimensionamento del settore avrebbe ripercussioni immediate sulla finanza globale. Tuttavia, per molti esperti non si tratta di una bolla nel senso classico del termine. L’intelligenza artificiale, pur sopravvalutata, sta comunque generando infrastrutture, ricerca, occupazione qualificata e innovazione tecnologica che non svaniranno anche in caso di correzione del mercato.

In altre parole, la bolla potrebbe scoppiare, ma ciò che resta sarà più solido di quanto fu con le dot-com.
Le aziende potrebbero ridimensionarsi, i capitali potrebbero ritirarsi, ma il mondo non potrà più tornare indietro.

Come scrive l’economista Adam Tooze, “ogni rivoluzione industriale inizia con una fase di euforia e sovrainvestimento: il rischio fa parte del progresso”.

Troppi investimenti e aspettative: perché l’AI rischia di esplodere come le dot-comL’intelligenza artificiale, nel 2025, è ancora una scommessa più che una certezza. Un laboratorio globale dove tecnologia, economia e immaginario collettivo si mescolano. Forse sì, c’è una bolla — ma è la bolla di un’umanità che sogna ancora di migliorarsi attraverso le proprie invenzioni.
E come ogni sogno, prima o poi dovrà misurarsi con la realtà.

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