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Vent’anni dalla morte di Federico Aldrovandi. La madre: “Le cose sono persino peggiorate”

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Un primo piano di Federico Aldrovandi

ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Ferrara, 25 settembre 2025 – Sono trascorsi vent’anni da quella tragica mattina in cui Federico Aldrovandi, giovane studente ferrarese di 18 anni, perse la vita in circostanze drammatiche e controverse. Il caso, ancora oggi emblematico della discussione sull’uso della forza da parte della polizia in Italia, ha segnato una battaglia lunga e dolorosa per la verità e la giustizia. Nel corso degli anni, la vicenda ha visto la condanna di quattro agenti della Polizia di Stato, ma rimane una ferita aperta per la società e un monito sul delicato equilibrio tra sicurezza e diritti civili.

I fatti della mattina del 25 settembre 2005

Federico Aldrovandi, nato a Ferrara il 17 luglio 1987, era un ragazzo con molte passioni e interessi: frequentava l’Itis elettronica, praticava karate, suonava il clarinetto e tifava per la SPAL. La sera del 24 settembre 2005, era uscito con gli amici per assistere a un concerto reggae a Bologna. Al ritorno, verso le 5 del mattino, Federico decise di farsi lasciare al parcheggio delle scuole elementari Tumiati, vicino casa, per fare una passeggiata prima di rientrare.

Tra le 5 e le 5:23 effettuò nove chiamate ai suoi amici senza ricevere risposta. Alle 5:48 una residente, Cristina Chiarelli, chiamò i carabinieri per segnalare una persona che urlava in stato di agitazione. Durante la comunicazione al centralino della polizia, il racconto venne distorto: da una persona che urlava si passò a un giovane che sbatteva la testa contro i pali, una versione smentita successivamente dalla testimone.

Poco dopo, arrivarono due volanti con quattro agenti: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani. La colluttazione tra i poliziotti e Federico si rivelò violenta; durante l’intervento, due manganelli vennero spezzati. Alle 6:04 fu chiamata un’ambulanza, che giunse sul posto qualche minuto dopo. I soccorritori trovarono Aldrovandi sdraiato in posizione prona sull’asfalto, immobile, con i polsi ammanettati dietro la schiena. Nonostante i tentativi di rianimazione, il giovane era già deceduto.

Il corpo rimase sull’asfalto per ore senza essere coperto, mentre la famiglia veniva informata solo intorno alle 11 del mattino. La prima versione ufficiale parlava di un malore causato da alcol e droghe, ma gli accertamenti successivi smentirono tale ipotesi. La perizia medico-legale rilevò ben 54 lesioni ed ecchimosi sul corpo di Aldrovandi, e stabilì che la causa della morte fu un arresto cardiaco dovuto alla compressione toracica e ai colpi ricevuti durante l’immobilizzazione.

La lotta per la verità e le conseguenze giudiziarie

La famiglia Aldrovandi, in particolare la madre Patrizia Moretti e il padre Lino, condusse una lunga e difficile battaglia giudiziaria per fare luce su quanto accaduto. Grazie all’impegno della famiglia e all’attenzione mediatica, nel 2009 i quattro agenti furono condannati a tre anni e sei mesi per omicidio colposo con riconoscimento dell’eccesso colposo nell’uso della forza.

Nel dispositivo della sentenza, il giudice Francesco Maria Caruso sottolineò la sproporzione tra la condotta di Aldrovandi e quella degli agenti, evidenziando come la loro “oggettiva pericolosità” e la mancanza di autocontrollo nell’uso della forza autorizzata rendessero il fatto di elevata gravità. La Corte d’Appello e la Corte di Cassazione confermarono la condanna nel 2012.

Nonostante le scuse pubbliche dell’allora capo della Polizia, Antonio Manganelli, la pena fu ridotta a sei mesi a causa dell’indulto, e nel 2014 gli agenti tornarono in servizio con incarichi amministrativi. Altri tre poliziotti furono condannati in un secondo processo per favoreggiamento e omissione di atti d’ufficio.

La vicenda di Aldrovandi ha sollevato profonde riflessioni sul ruolo della polizia e sull’uso della forza, diventando un simbolo della lotta contro gli abusi di potere.

Ricordo, impegno e attualità

Nel ventennale della morte, la città di Ferrara ha organizzato una serie di iniziative pubbliche per onorare la memoria di Aldrovandi. Tra queste, un incontro pubblico, la proiezione del documentario “È stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati, e l’intitolazione del giardino dell’Ippodromo nel quartiere dove avvenne la tragedia.

Federico Aldrovandi, noto affettuosamente come “Aldro”, non è mai stato dimenticato. Il suo volto è spesso presente negli stadi durante le partite della SPAL, e nelle manifestazioni studentesche il grido “Aldro vive” è diventato un simbolo di richiesta di giustizia e lotta contro la violenza istituzionale.

La posizione della famiglia Aldrovandi

Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, ha recentemente espresso un sentimento di preoccupazione: “Le persone che hanno deciso di intervenire sono state fondamentali, a partire dalla stampa che ha dato voce a Federico e ha contribuito a portare giustizia. Tuttavia, non vedo un reale cambiamento, anzi le cose sembrano peggiorare, con leggi più restrittive e nessuna misura concreta per prevenire tragedie simili”.

Il padre Lino Aldrovandi, in occasione del compleanno del figlio, ha ricordato con dolore: “Quel giorno non ero con te, Federico, e ogni genitore vorrebbe essere lì per proteggere il proprio figlio da ogni male. Abbiamo imparato lentamente che non sei morto per cause naturali, ma sei stato ucciso senza una ragione da chi avrebbe dovuto proteggerti”.

Ilaria Cucchi: “Federico simbolo di una battaglia di civiltà”

Anche la senatrice Ilaria Cucchi, attivista e politica impegnata nella difesa dei diritti civili nota per il suo impegno nella vicenda del fratello Stefano, ha voluto ricordare Aldrovandi come un simbolo di una battaglia di civiltà. Sui suoi canali social, ha scritto: “Aldro non ci ha mai lasciato, è presente in ogni presidio per i diritti. Da vent’anni e per i prossimi vent’anni, Aldro vive”.

La storia di Federico Aldrovandi rimane uno dei casi più emblematici del nostro Paese per quanto riguarda la responsabilità delle forze di polizia e la tutela dei diritti fondamentali. A vent’anni da quella tragica mattina di settembre, il suo ricordo continua a stimolare dibattiti, riflessioni e impegni civili.

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