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IVA al 5% sull’arte, svolta che cambia il mercato: “Rilancio dopo anni di penalizzazioni”

Tra entusiasmo accademico e cautela delle case d’asta, riduzione aliquota rilancia il settore: “Benefici per primario, ma non sempre conviene su margine”

Nicoletta Totaro di Nicoletta Totaro

Mi chiamo Nicoletta Totaro e sono nata ad Atessa, un piccolo paese tra il mare e le montagne abruzzesi, nell’agosto del 2001. Subito dopo il diploma, mi sono trasferita a Milano per intraprendere gli studi universitari con l’obiettivo di costruire una carriera nel campo del giornalismo. Durante il mio percorso accademico, ho collaborato con diverse realtà editoriali, iniziando nel settore dell’arte e della produzione di podcast, per poi avvicinarmi alla cronaca. Dal 2023, collaboro come videogiornalista con l'agenzia media Alanews. Parallelamente, sto completando gli studi magistrali in Politics, Philosophy and Public Affairs, durante i quali ho avuto l’opportunità di trascorrere un semestre in Germania

All’interno del decreto Omnibus, approvato il 20 giugno e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è contenuta una misura che interessa direttamente il mercato dell’arte: la riduzione dell’aliquota IVA dal 22% al 5% per la cessione e l’acquisto di oggetti d’arte, antiquariato e da collezione. La disposizione, da anni auspicata dagli operatori, rappresenta un intervento significativo per rilanciare la competitività dell’Italia nel panorama internazionale. “Con l’IVA al 5% l’Italia torna al centro del mercato dell’arte”, afferma Marco Allena, professore ordinario di Diritto Tributario, presso la facoltà di economia e giurisprudenza all’università Cattolica. “È una misura che potremmo definire straordinaria per il nostro Paese, perché è da tanti anni che se ne parla e finalmente il Parlamento e il Governo si sono adeguati a quelle che erano le richieste del mercato, degli operatori, anche degli studiosi”. Secondo Allena, la precedente aliquota al 22% era “eccessiva e penalizzante”, soprattutto rispetto alle riduzioni in Francia e Germania intorno al 7-8%. “L’Italia, in realtà, non si adeguata ad altri Paesi ma ha fatto meglio. I benefici sono molti, intanto riprenderà un mercato che stava diventando asfittico. Poi, favorirà il rapporto pubblico-privato e incrementerà il mercato museale. Infine, promuoverà un collezionismo più trasparente”, continua il professore. Tuttavia, la norma prevede l’incompatibilità tra aliquota ridotta e regime del margine, ovvero il sistema che consente di applicare l’IVA solo sull’effettivo guadagno. Si tratta di un dettaglio tecnico non marginale per chi opera nel mercato secondario. A entrare nel merito delle implicazioni pratiche è Marco Cambi, fondatore e presidente di Cambi Casa d’Aste: “Da una parte sembrava un po’ la classica notizia di cui si parla si parla ma poi non si concretizza, invece bisogna questa volta è stata abbastanza veloce perché non è andata avanti per anni. Senz’altro può essere un vantaggio per il mercato dell’arte, ma di più per il mercato primario che per noi. Abbiamo fatto un po’ di simulazioni e penso che forse non ci convenga passare al 5%. Noi paghiamo circa già un 5%, per cui verremo avvantaggiati forse dalle transazioni piccole e quelle dove abbiamo un po’ più di margine, invece penalizzati dalle transazioni più grandi perché alle volte noi vendiamo con meno del 20% di margine e quindi andremo a pagare più IVA indubbiamente. Però, con questa operazione, ora speriamo di riportare un po’ d’arte in Italia. Penso ci sarà anche più possibilità che un collezionismo italiano si sviluppi e si rinnovi. Una volta che le opere vanno all’estero, poi non tornano più, ora c’è più speranza che si crei un circolo in Italia”.

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