Milano, 15 gennaio 2025 – Nell’ultima puntata del BSMT di Gianluca Gazzoli, il celebre attore Lino Banfi ripercorre le tappe fondamentali della sua vita e della sua straordinaria carriera cinematografica. Attraverso il racconto di aneddoti personali, l’artista descrive le difficili origini e i sacrifici compiuti a Milano prima di raggiungere il successo popolare con la commedia sexy e fiction come Un medico in famiglia.
Il dialogo mette in luce il profondo legame di Banfi con la propria terra e l’invenzione di un linguaggio comico unico, capace di unire diverse generazioni di spettatori. Oltre ai ricordi legati a colleghi illustri, emerge il lato più umano dell’attore, segnato dal grande amore per la moglie Lucia e dalla resilienza di fronte alle sfide familiari. L’incontro celebra la figura del “Nonno d’Italia“, evidenziando come la sua spontaneità continui a influenzare la cultura pop contemporanea.
Lino Banfi, le difficili origini: dalla Puglia a Milano
Nato nel 1936, Pasquale Zagaria (questo il suo vero nome) ha vissuto un’infanzia segnata dai bombardamenti a Canosa, dove per non far piangere i bambini a causa delle sirene, inventava giochi e battute: la commedia era, già allora, una forma di difesa dal dolore. Suo padre lo sognava cardinale e lo spinse a frequentare il seminario, un’esperienza che Lino Banfi ricorda per l’ironia che riusciva a trasmettere anche nelle recite sacre, ma che dovette interrompere per seguire la sua vocazione artistica.
L’emigrazione a Milano nel 1954 rappresenta il capitolo più duro. In un’epoca in cui si faticava ad affittare camere ai meridionali, il giovane Pasquale arrivò alla stazione con una valigia tenuta insieme dalla speranza. Per sopravvivere, arrivò a dormire nei vagoni dei treni fermi e a falsificare i documenti, cancellando la “N” di Andria per fingersi di Adria e apparire meno “sospetto” ai padroni di casa. L’episodio più emblematico di quel periodo è l’operazione alle tonsille: Banfi si fece operare pur essendo sano solo per poter mangiare pasti caldi e dormire in un letto d’ospedale per qualche giorno, sfuggendo al gelo milanese.
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L’invenzione di un linguaggio e l’incontro con Totò
Il successo non arrivò subito. Fu un incontro con Totò a cambiare la sua prospettiva: il Principe gli consigliò di cambiare il cognome “Zaga” (diminutivo di Zagaria), spiegando che i diminutivi dei nomi portano bene, ma quelli dei cognomi portano male. Il nome “Banfi” fu scelto quasi per caso da un maestro elementare che consultò un registro di classe.
La vera rivoluzione di Banfi fu però linguistica. Nel 1968, esibendosi al cabaret Il Puff, decise di abbandonare l’italiano scolastico per abbracciare un linguaggio pugliese unico, basato sugli errori grammaticali e lessicali dei contadini che cercavano di parlare “colto” di fronte ai ricchi. Questo stile, fatto di termini come “disgraziat” o “ti spezzo la noce del capocollo“, divenne la sua cifra stilistica insostituibile, un genere che persino Papa Francesco ha definito un lascito culturale destinato a sopravvivere all’attore stesso.ù

Dalla commedia sexy al “Medico in Famiglia”
Negli anni ’70 e ’80, Banfi divenne l’icona della commedia sexy, lavorando con registi come Sergio Martino e attrici come Edwige Fenech. Nonostante la natura leggera di quei film, Banfi mantenne sempre un approccio professionale, usando questi ruoli per negoziare la partecipazione a film più prestigiosi con colleghi come Celentano e Pozzetto. Da quel periodo nacquero personaggi leggendari come l’allenatore Oronzo Canà, creatore della “Bizona” e del “cucchiaino da dessert“, termini entrati nel gergo calcistico reale.
La consacrazione definitiva come volto rassicurante della TV arrivò però con Un Medico in Famiglia. Nel ruolo di Nonno Libero, Banfi riuscì a spostare l’attenzione dalla clinica alla casa, rendendo il suo personaggio il perno della famiglia Martini e di milioni di famiglie italiane. Celebri le sue massime, come “una parola è troppa e due sono poche“, un’espressione ereditata direttamente dalla filosofia di vita di suo padre.

I colleghi e il dolore per Lucia
L’intervista tocca anche il rapporto con i grandi colleghi. Lino Banfi ricorda con affetto la fratellanza con Boldi e Christian De Sica, e l’imprevedibilità di Paolo Villaggio, con cui improvvisò scene iconiche come quella del “fri-fri” in Fracchia la belva umana.
Il momento più commovente riguarda però la moglie Lucia, scomparsa dopo 61 anni di matrimonio e 10 di fidanzamento. Lucia è stata la donna che ha accettato di fare la fame con lui quando non aveva nulla, rinunciando alla propria sicurezza economica in Puglia per seguirlo nei suoi sogni. Banfi racconta con dignità il dolore degli ultimi anni, segnati dall’Alzheimer e poi da un tumore al cervello della moglie, ricordando come lei, conscia della malattia, gli chiedesse spesso cosa sarebbe successo se un giorno non lo avesse più riconosciuto. La sua risposta — “ci corteggeremo un’altra volta” — rimane una delle testimonianze d’amore più toccanti della sua vita.
Oggi, riconosciuto universalmente come il “Nonno d’Italia”, Lino Banfi continua a nutrire la sua energia grazie al contatto con i giovani, convinto che la parola “amore” non sia mai fuori moda e che il sorriso sia la migliore medicina contro il tempo che passa.






