“Mettere i medici di famiglia al centro”: è questa la promessa che accompagna il decreto Schillaci della riforma della sanità, il nuovo piano del ministero della Salute per rivoluzionare la medicina generale. Dopo mesi di attesa e confronto, finalmente emerge un progetto chiaro che punta a trasformare le Case di Comunità in presidi più vicini ai cittadini, soprattutto ai più fragili. Tra le novità più rilevanti, la possibilità per i medici di base di scegliere di diventare dipendenti pubblici, un cambio di passo rispetto al tradizionale sistema delle convenzioni. La sanità territoriale, insomma, sta per cambiare volto.
Riforma della sanità: i dettagli del decreto Schillaci
Il ministro Schillaci ha deciso di puntare sul decreto-legge, con l’obiettivo di far partire la riforma entro maggio 2024. L’intento è dare stabilità e struttura alle Case di Comunità, finanziate dal PNRR, che dovranno alleggerire la pressione sugli ospedali offrendo servizi multidisciplinari direttamente sul territorio. Il piano prevede che entro giugno 2026 tutte le 1.715 strutture siano operative, con 781 già attive a dicembre 2025. Il modello punta a creare un team integrato che coinvolga pediatri, infermieri, specialisti e assistenti sociali, tutti impegnati nella cura della salute locale.
Medici di famiglia, il salto: da convenzionati a dipendenti pubblici, ma senza imposizioni
Una delle novità più rilevanti riguarda il rapporto dei medici di base con il Servizio sanitario nazionale. Oggi legati alle ASL da contratti convenzionali, potranno scegliere volontariamente di diventare dipendenti pubblici, come i colleghi ospedalieri. La convenzione tradizionale non sparisce, ma si affianca un sistema misto pensato per una transizione graduale. Chi resta nel sistema convenzionale dovrà però adeguarsi a nuovi obblighi: partecipare attivamente alle Case di Comunità, usare sistemi informativi interoperabili e prendersi cura in modo più strutturato di pazienti cronici e fragili. Cambia anche il modo di essere pagati: non più in base al numero dei pazienti, ma alla qualità del lavoro e all’impegno nel sistema territoriale.
Numeri che pesano e malumori tra i medici: le sfide della medicina generale
Secondo gli ultimi dati della Fondazione Gimbe, mancano all’appello circa 5.700 medici di famiglia in tutta Italia. Ogni medico segue in media 1.383 pazienti, un carico ben oltre la soglia ideale. Questa difficoltà nel reclutamento è uno dei nodi da sciogliere. La riforma prova a risolverlo riconoscendo alla medicina generale uno status più alto, paragonabile alle altre specializzazioni. Ma i medici non nascondono le proprie preoccupazioni. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale ha criticato la mancanza di dialogo e segnalato contraddizioni nel decreto, soprattutto sull’obbligo di specializzazione e sul rischio che le aree più fragili restino scoperte a causa dell’abbandono dei giovani medici.
Regioni pronte a collaborare, ma il clima resta teso
Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni, ha definito l’incontro con il ministro “positivo e costruttivo”. Le Regioni si dicono pronte a lavorare per far decollare le Case di Comunità, riconoscendo la riforma come un passaggio cruciale, soprattutto in vista della conclusione del PNRR. Ora l’attenzione è tutta sul testo finale del decreto, che sarà analizzato nei prossimi giorni con l’obiettivo di rafforzare i servizi territoriali e migliorare la cura dei cittadini. Intanto, sul fronte politico, non mancano le tensioni: alcuni sindacati sono pronti a opporsi, mentre il ministero invita a vedere questa riforma come “un’opportunità storica per il sistema sanitario italiano.”
