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Soumaila Diawara a Newzgen: “Sostenere Gaza è una responsabilità umana”

Soumaila Diawara riflette sul ruolo della società civile nella crisi di Gaza tra impegno giovanile, potere dei social e critica alle politiche migratorie europee

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Soumaila Diawara ospite di Newzgen

Newzgen

Redazione di Redazione

In un contesto internazionale segnato dalla crisi umanitaria a Gaza e dalle tensioni globali, abbiamo incontrato Soumaila Diawara, scrittore e attivista impegnato nella difesa dei diritti umani, con un percorso personale che attraversa il Mediterraneo e la realtà africana. Diawara, parlando ai microfoni di Newzgen, offre una riflessione profonda sulle ingiustizie contemporanee e sottolinea l’importanza di una presa di coscienza globale.

L’impegno umano e politico a sostegno di Gaza

In relazione al conflitto che coinvolge Gaza, Diawara esprime un giudizio netto: “dal punto di vista politico, al momento non vedo speranza”, mentre nutre fiducia nell’azione della società civile. “C’è un grande impegno e credo fermamente nella speranza, soprattutto nelle generazioni future”, afferma, evidenziando come i giovani siano protagonisti di un cambiamento culturale che riconosce l’umanità in ogni individuo, indipendentemente dalle differenze geografiche o culturali.

L’attivista mette in luce la distanza che separa spesso le generazioni: “I giovani hanno una visione del mondo più aperta, capace di accettare la convivenza e il rispetto delle diversità”, mentre le generazioni più anziane faticano a comprendere le nuove dinamiche globali.

Diawara sottolinea con forza che sostenere la causa palestinese non è solo una questione politica, ma un imperativo di giustizia, dignità umana e rispetto del diritto internazionale. Denuncia con durezza ciò che definisce “una violazione e un genocidio” a Gaza, evidenziando l’ipocrisia occidentale nel discutere ancora il riconoscimento dello Stato palestinese mentre si continua ad armare Israele.

La comunicazione tra monopolio mediatico e potere dei social

Un tema centrale dell’intervista riguarda la distorsione della comunicazione su temi sensibili come l’immigrazione e la situazione in Medio Oriente. Diawara denuncia “un monopolio comunicativo che impedisce ai cittadini di comprendere realmente le cause e le conseguenze”, spesso affidato a voci non direttamente coinvolte o esperte delle vicende narrate. Questo, secondo lui, rappresenta una forma di razzismo e marginalizzazione, che si manifesta anche nella narrazione delle vittime palestinesi.

Tuttavia, l’attivista riconosce il ruolo innovativo dei social media, che “hanno rotto questo monopolio offrendo a chiunque la possibilità di diffondere informazioni”. Attraverso queste piattaforme riesce a raggiungere milioni di persone, contribuendo a superare l’egemonia eurocentrica che ha storicamente dominato il discorso culturale e politico europeo.

La pressione della società civile come motore di cambiamento

Riguardo all’efficacia delle manifestazioni di solidarietà e dei movimenti dal basso, Diawara si mostra ottimista. “La pressione della società civile è ciò che ha portato alla fine della schiavitù e della colonizzazione”, afferma, sottolineando che analogamente le mobilitazioni attuali possono influenzare le decisioni politiche, anche in Europa.

Prende come esempio la posizione del governo spagnolo, fortemente influenzata dalla pressione popolare, e si dice certo che “la partecipazione massiccia a eventi come quello di Bruxelles con oltre 200.000 persone porterà la politica a riconoscere la realtà di Gaza”. Il coinvolgimento civico è, per Diawara, non solo un dovere morale, ma anche una strategia indispensabile per chi fa politica.

Critiche alle politiche migratorie italiane e internazionali

Sul fronte della politica migratoria italiana, Diawara si mostra severo e critico. Definisce il cosiddetto “Piano Mattei” come un progetto superato e inefficace, incapace di affrontare le cause profonde dell’immigrazione, quali guerre, sfruttamento e cambiamenti climatici. Evidenzia come molti conflitti e crisi ambientali siano il risultato diretto di politiche occidentali, che esportano armi e sostengono regimi autoritari in Africa.

Denuncia inoltre l’ipocrisia della politica occidentale che, pur proclamando valori democratici, lascia che siano potenze straniere come Russia e Turchia a gestire situazioni critiche come quella della Libia. Per Diawara, è necessario un cambio di paradigma che metta al centro il rispetto reciproco, la cooperazione e la solidarietà internazionale.

In questa cornice, Diawara richiama l’attenzione sul ruolo di personalità come Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, che con coraggio sta denunciando le violazioni in Palestina e sensibilizzando l’opinione pubblica mondiale. Il suo lavoro è paragonato a quello di grandi leader impegnati nella lotta contro apartheid e segregazione, simboli di una battaglia per la dignità e i diritti umani.

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