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Francesca Albanese, gli Usa ripristinano le sanzioni contro la relatrice ONU

Dopo giorni di caos tra tribunali, Tesoro americano e Nazioni Unite, gli Stati Uniti sono tornati sui loro passi. Una vicenda che nelle ultime settimane è diventata uno dei casi diplomatici più delicati legati alla guerra a Gaza

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Francesca Albanese

Francesca Albanese | ANSA/MASSIMO PERCOSSI - alanews

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Le sanzioni USA contro Francesca Albanese sono tornate ufficialmente in vigore. Nelle ultime ore il Dipartimento del Tesoro americano ha reinserito il nome della relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi nella lista SDN, cioè l’elenco delle persone colpite da sanzioni economiche degli Stati Uniti.

Una decisione che arriva dopo settimane di continui cambi di scenario: prima le sanzioni, poi la sospensione decisa da un giudice e successivamente la rimozione dalla blacklist e ora il nuovo ripristino. Una sequenza che ha trasformato il caso Albanese in uno dei simboli più controversi dello scontro internazionale attorno alla guerra a Gaza.

Perché gli Stati Uniti avevano sanzionato Francesca Albanese?

Francesca Albanese è diventata negli ultimi mesi una delle figure più controverse del dibattito internazionale sulla guerra a Gaza. Nei suoi report e nelle sue dichiarazioni pubbliche ha accusato più volte Israele di possibili violazioni del diritto internazionale e ha sostenuto apertamente le indagini della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra legati al conflitto. Posizioni che hanno provocato reazioni durissime da parte del governo israeliano e di diversi ambienti politici americani vicini all’amministrazione Trump.

Nel luglio 2025 Washington aveva pertanto deciso di imporre sanzioni contro di lei, accusandola di portare avanti una campagna politica contro Stati Uniti e Israele.

Le conseguenze erano state molto concrete: congelamento di eventuali beni negli Stati Uniti, limitazioni finanziarie, impossibilità di effettuare alcune operazioni bancarie e divieto per cittadini e aziende americane di avere rapporti economici con lei.

La sospensione del giudice e il caos delle ultime settimane

Il 14 maggio 2026 però un tribunale federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni sostenendo che il provvedimento rischiava di entrare in conflitto con il Primo Emendamento della Costituzione americana, cioè la tutela della libertà di espressione.

Pochi giorni dopo il nome di Francesca Albanese è sparito dal sito del Tesoro americano e dalla lista ufficiale delle persone sanzionate. A molti osservatori è sembrata una clamorosa retromarcia politica degli Stati Uniti. Ma il governo americano ha chiarito subito che non si è trattato di un cambio di linea: la rimozione tecnica dalla blacklist sarebbe stata soltanto una conseguenza temporanea della decisione del giudice federale.

Ed è qui che la situazione è diventata ancora più confusa. Per giorni si sono alternate interpretazioni diverse, ricorsi, dubbi legali e ricostruzioni contrastanti sul reale status delle sanzioni. Fino alle ultime ore, quando il Tesoro americano ha reinserito ufficialmente Francesca Albanese nella lista SDN.

Perché il caso di Francesca Albanese è così delicato

Il punto centrale della vicenda è che normalmente le sanzioni americane colpiscono governi ostili, oligarchi, organizzazioni criminali, gruppi terroristici o persone accusate di corruzione internazionale. Qui invece il bersaglio è una funzionaria ONU.

Questo ha aperto uno scontro enorme sul piano politico e giuridico. Per Israele e per una parte della politica americana, Francesca Albanese avrebbe trasformato il suo ruolo ONU in una piattaforma politica apertamente ostile verso Tel Aviv. Per molte organizzazioni per i diritti umani, invece, le sanzioni rappresentano un precedente molto pericoloso: cioè il tentativo di colpire economicamente una relatrice ONU per le sue posizioni pubbliche sulla guerra a Gaza.

Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui il caso è diventato così simbolico: perché ormai non riguarda più soltanto Francesca Albanese, ma il confine sempre più fragile tra diplomazia, libertà di critica e pressione politica internazionale.

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