Roma, 6 marzo 2026 – Si chiude la prima settimana di un conflitto che sta rapidamente mutando gli equilibri geopolitici in Medio Oriente, con gli Stati Uniti che intensificano la pressione sull’Iran. Il presidente Donald Trump ha ribadito con fermezza la sua richiesta di una resa incondizionata degli ayatollah, segnalando un netto irrigidimento della posizione americana nonostante i tentativi di mediazione da parte di vari Paesi. Nel frattempo, la situazione sul terreno si fa sempre più critica, con una serie di raid aerei che hanno colpito Teheran e le aree circostanti, mentre Hezbollah intensifica le attività nel Libano e la tensione si estende fino al Golfo Persico.
La strategia di Trump: resa incondizionata e ricostruzione
Nel corso di questa settimana, la Casa Bianca ha fatto sentire ancora più forte la sua voce, con Trump che ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile: “Voglio una resa incondizionata” dall’Iran. Il presidente Usa ha espresso questa posizione attraverso il suo profilo su Truth, rilanciando una versione aggiornata dello slogan “Make America Great Again” con lo slogan “Make Iran Great Again!”. La sua visione per il futuro del paese persiano è quella di una ricostruzione guidata dagli Stati Uniti insieme ai partner internazionali, che porti a un Iran “economicamente più grande, migliore e più forte che mai”.

In un’intervista rilasciata alla CNN, Trump ha evocato il modello venezuelano come esempio di come potrebbe essere gestito il post-conflitto in Iran, citando la leader chavista Delcy Rodriguez come figura di riferimento per una nuova leadership, che potrà essere anche religiosa ma soprattutto equa e giusta nei confronti degli Stati Uniti, di Israele e degli altri paesi del Medio Oriente.
Nonostante ciò, la linea dura resta prevalente a Teheran. Il presidente Masoud Pezheskian ha confermato che esistono tentativi di mediazione avviati da alcuni Paesi, ma ha sottolineato che tali negoziati dovrebbero rivolgersi a chi ha innescato il conflitto, ovvero Stati Uniti e Israele, riaffermando così la posizione iraniana di non cedere alle pressioni.
Intensificati i raid su Teheran e il fronte libanese
Sul campo, la capitale iraniana è stata teatro di un’intensa campagna di bombardamenti che ha causato quella che i residenti descrivono come la “notte peggiore” sotto un vero e proprio diluvio di bombe. I raid aerei si sono estesi anche alla periferia di Beirut, roccaforte di Hezbollah, il gruppo paramilitare sciita libanese che continua a sostenere l’Iran e ha risposto agli attacchi con minacce dirette ai siti americani nel Golfo, incluso il settore energetico, dove operano compagnie occidentali.
Secondo fonti statunitensi, i bersagli di questi attacchi vengono individuati grazie all’intelligence russa, segno di un coinvolgimento internazionale che complica ulteriormente lo scenario. Droni iraniani hanno preso di mira la base Usa di Ali al Salem in Kuwait, dove sono presenti anche militari italiani, causando un incendio senza feriti gravi né danni significativi alle apparecchiature militari italiane dislocate. Le difese antiaeree sono state attivate in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mentre in Bahrein due hotel e un edificio residenziale sono stati colpiti.
Sul confine iracheno, l’allerta rimane alta dopo le notizie sull’imminente ingresso nel conflitto di migliaia di combattenti curdi. I droni Shahed hanno attaccato basi del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano in esilio e obiettivi strategici come il terminal merci dell’aeroporto di Bassora, una società americana impegnata nel complesso petrolifero di Burjesia e il giacimento di Rumaila, dove opera il colosso britannico BP. Un altro raid ha colpito l’aeroporto internazionale di Baghdad, evidenziando la crescente espansione del conflitto.
Parallelamente, l’esercito americano ha annullato un’esercitazione dei paracadutisti d’élite, alimentando speculazioni circa un possibile invio di queste truppe specializzate nel combattimento terrestre in Medio Oriente.






