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L’uccisione di Alex Pretti spacca i Repubblicani e mette in crisi la linea dura sull’immigrazione

La sparatoria avvenuta tra il 25 e il 26 gennaio 2026, durante un’operazione federale a Minneapolis, ha acceso un’ondata di proteste e di reazioni istituzionali

by Alessandro Bolzani
28 Gennaio 2026
Proteste e morte di Alex Pretti a Minneapolis

Proteste e morte di Alex Pretti a Minneapolis | EPA/CRAIG LASSIG - alanews

La morte di Alex Pretti, ucciso da un agente federale a Minneapolis, sta producendo effetti politici ben oltre i confini del Minnesota. L’episodio ha infatti costretto il Partito Repubblicano a rivedere, almeno in parte, la linea di sostegno compatto alle politiche migratorie più dure dell’amministrazione Trump. Con le elezioni di novembre all’orizzonte e un’opinione pubblica sempre più critica, cresce nel GOP il timore di pagare un prezzo elettorale, aprendo una fase di riposizionamento che fino a poche settimane fa appariva impensabile. La questione è stata affrontata anche nella puntata di oggi, mercoledì 28 gennaio 2026, del The Daily, il podcast del New York Times.

L’uccisione di Alex Pretti come detonatore politico

La sparatoria avvenuta tra il 25 e il 26 gennaio 2026, durante un’operazione federale a Minneapolis, ha acceso un’ondata di proteste e di reazioni istituzionali. In un primo momento la Casa Bianca aveva adottato una linea difensiva, accompagnata da accuse e insinuazioni nei confronti della vittima. La risposta negativa dell’opinione pubblica, però, ha rapidamente imposto una revisione della strategia comunicativa e politica dell’amministrazione.

Il cambio di passo della Casa Bianca dopo la morte di Pretti

Sotto pressione, il presidente Trump ha scelto di attenuare i toni, prendendo le distanze dalle prime dichiarazioni su Pretti. Contestualmente è arrivata la rimozione di Greg Bovino, il funzionario della Border Patrol che coordinava le operazioni a Minneapolis. Una decisione letta come un tentativo di circoscrivere le responsabilità operative e di proteggere la presidenza dall’impatto politico del caso. Resta aperto il dubbio, condiviso anche da diversi osservatori, se si tratti di un cambiamento reale o di una mossa prevalentemente simbolica.

Il riposizionamento dei repubblicani al Congresso

La nuova postura della Casa Bianca ha offerto spazio ai repubblicani del Congresso per esprimere perplessità finora rimaste sottotraccia. Molti legislatori temono che l’elettorato stia diventando sempre meno tollerante verso le tattiche aggressive di enforcement migratorio. Il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha definito l’uccisione di Pretti un vero “punto di inflessione”, riconoscendo la necessità di riconsiderare l’approccio adottato finora.

Audizioni e richieste di controllo sull’operato federale

Alla svolta retorica sono seguite iniziative concrete. Le commissioni competenti di Camera e Senato hanno annunciato audizioni dedicate alle operazioni federali in Minnesota, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle responsabilità e sulle modalità di intervento. Parallelamente, un gruppo bipartisan di deputati ha chiesto un incontro diretto con il presidente per avviare una discussione su una riforma complessiva dell’immigrazione. Secondo il deputato repubblicano Andrew Garbarino, la priorità è abbassare la tensione attraverso trasparenza e comunicazione, posizione condivisa anche da senatori che finora non avevano mai criticato apertamente l’amministrazione.

Le critiche al Dipartimento per la Sicurezza Interna

Il malcontento ha iniziato a colpire direttamente la leadership del DHS. Il deputato Mark Amodei ha messo in discussione la gestione della crisi da parte della segretaria Kristi Noem, sostenendo che l’attuale linea operativa non stia funzionando, a prescindere dalle posizioni politiche sull’immigrazione. Ancora più dura la presa di posizione del senatore Thom Tillis, primo repubblicano a chiedere pubblicamente le dimissioni di Noem, giudicando quanto accaduto in Minnesota incompatibile con il suo ruolo.

Il nodo dei finanziamenti e lo spettro dello shutdown

La vicenda si intreccia con il confronto sul bilancio federale e con la scadenza imminente per evitare uno shutdown parziale del governo. I Democratici, guidati da Chuck Schumer, minacciano di bloccare i fondi al Dipartimento della Sicurezza Interna se non verranno introdotti limiti stringenti all’operato degli agenti dell’immigrazione. A differenza del passato, la leadership repubblicana si mostra ora più disponibile al dialogo. Thune ha segnalato apertura a valutare le richieste democratiche, pur chiedendo chiarezza sugli obiettivi. Schumer, però, ha giudicato insufficiente il cambio di tono, invocando misure immediate e il ritiro dell’ICE dal Minnesota.

Le resistenze dell’ala più radicale del GOP

Il mutamento di linea non è condiviso da tutto il partito. L’House Freedom Caucus continua a spingere per una risposta muscolare, invitando Trump a rafforzare la pressione sull’immigrazione e arrivando a evocare l’uso dell’Insurrection Act nelle città santuario. Anche la senatrice Marsha Blackburn ha rilanciato una retorica di scontro, accusando i Democratici di voler paralizzare il governo per impedire le deportazioni. Queste posizioni mettono in luce una frattura profonda nel Partito Repubblicano, che rende complesso qualsiasi compromesso legislativo sul futuro delle politiche migratorie.

Potrebbe interessarti anche questo articolo: Minneapolis, Trump pronto a scendere a compromessi: la situazione

Tags: Alex PrettiDonald TrumpMinneapolisStati Uniti

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