NEW YORK – Gli Stati Uniti sostengono di stare vincendo la guerra contro l’Iran, ma il futuro del Paese resta incerto. Lo indicano le dichiarazioni della Casa Bianca, del Pentagono e le indiscrezioni su un possibile cambio di regime. Queste voci hanno spinto il premier israeliano Netanyahu a contattare Trump per chiedere se fosse vera l’intenzione americana di dialogare con ciò che resta del governo della Repubblica islamica, con l’obiettivo di cercare una soluzione sul modello del Venezuela. Intanto il Congresso non sembra intenzionato a ostacolare l’azione militare: il Senato ha infatti bocciato la risoluzione che avrebbe limitato i poteri di guerra del presidente.
Trump, Hegseth e i risultati USA in Iran
In una conferenza stampa il capo del Pentagono Hegseth ha assicurato che le operazioni procedono secondo i piani. L’aviazione iraniana sarebbe stata quasi annientata e gli Stati Uniti si avviano a ottenere il pieno controllo dei cieli. Risultati simili riguarderebbero anche la Marina iraniana, mentre è stato riferito dell’affondamento di una nave colpita da un sottomarino al largo dello Sri Lanka.
La durata delle operazioni sarà decisa da Trump in base agli sviluppi sul campo. Secondo il Pentagono, gli Stati Uniti dispongono di risorse sufficienti per sostenere a lungo il conflitto, mentre l’Iran starebbe esaurendo le munizioni: i lanci di missili sarebbero diminuiti dell’86% rispetto all’inizio dell’attacco.

Obiettivi ufficiali e ipotesi di cambio di regime
Il direttore politico del Pentagono Elbridge Colby, intervenendo al Council on Foreign Relations, ha ribadito che l’obiettivo assegnato ai militari è “degradare le capacità belliche dell’Iran, non il cambio di regime“, pur aggiungendo che Washington non sarebbe contraria se questo avvenisse. Colby ha anche precisato che il missile lanciato dall’Iran verso la Turchia non è sufficiente a far scattare l’articolo 5 della Nato sulla difesa collettiva.
Poco dopo, durante il briefing quotidiano alla Casa Bianca, la portavoce Karoline Leavitt ha confermato i quattro obiettivi indicati da Trump: distruggere i missili e la Marina iraniana, fermare le operazioni destabilizzanti dei gruppi alleati di Teheran come Hezbollah e impedire che l’Iran ottenga l’arma nucleare. Leavitt ha aggiunto che l’invio di truppe di terra non è previsto nelle operazioni in corso, anche se questa opzione non viene esclusa dal presidente.
Trump ha poi ribadito che “le operazioni vanno bene” e che “la leadership è quasi sparita“. Tuttavia, come ha osservato il generale David Petraeus, un cambio di regime difficilmente può avvenire senza soldati sul terreno. L’eventuale esclusione di questa opzione suggerirebbe quindi che Washington non consideri prioritario instaurare un nuovo governo a Teheran. Proprio per questo Netanyahu avrebbe chiesto chiarimenti a Trump, temendo contatti con figure sopravvissute del regime come Larjaini o il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Pressioni diplomatiche e fronte interno negli Stati Uniti
La Casa Bianca ha smentito l’esistenza di negoziati, anche perché alcuni dei possibili interlocutori individuati da Washington sarebbero nel frattempo morti. Lo stesso Trump ha però affermato che una soluzione sul modello venezuelano sarebbe ideale. L’ipotesi più probabile è quindi una posizione intermedia: gli Stati Uniti non indicano ufficialmente il cambio di regime come obiettivo, ma sperano che possa avvenire, sia per l’indebolimento del governo iraniano a causa degli attacchi, sia attraverso una resa negoziata.
Nel frattempo la Cina tenta di rientrare nella partita diplomatica offrendo una mediazione e l’invio di un rappresentante in Medio Oriente.
Trump deve però confrontarsi anche con la situazione politica interna. Il Senato ha respinto una risoluzione per limitare i suoi poteri di guerra. La Casa Bianca sostiene che l’opinione pubblica appoggi il presidente, ma i sondaggi indicano il contrario. Molto dipenderà dalla durata del conflitto, dal suo costo e dall’efficacia dell’intervento.






