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Cos’è lo strumento anti-coercizione, l’arma commerciale più dura dell’Ue

L’Anti-Coercion Instrument, noto anche come Aci, nasce per contrastare quelle interferenze che non mirano a correggere squilibri commerciali, ma a esercitare una pressione politica attraverso minacce o misure economiche

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La bandiera dell'Ue

La bandiera dell'Ue (Unione europea) | Pixabay @PeskyMonkey - alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Nel confronto sempre più duro sul terreno del commercio globale, l’Unione europea dispone di uno strumento poco conosciuto ma potenzialmente dirompente. Si tratta dello strumento anti-coercizione, pensato per reagire alle pressioni economiche esercitate da Paesi terzi con l’obiettivo di influenzare decisioni politiche di Bruxelles. Una leva estrema, costruita più per dissuadere che per colpire, e proprio per questo mai utilizzata dalla sua introduzione nel 2023.

Cos’è lo Strumento anti-coercizione dell’Ue?

L’Anti-Coercion Instrument, noto anche come Aci, nasce per contrastare quelle interferenze che non mirano a correggere squilibri commerciali, ma a esercitare una pressione politica attraverso minacce o misure economiche. Il principio guida è la deterrenza: la semplice esistenza dello strumento dovrebbe scoraggiare comportamenti ostili. Non a caso, nei palazzi europei viene spesso definito “opzione nucleare” o addirittura “bazooka”, a sottolinearne la portata eccezionale.

Quando e come può essere attivato?

Il regolamento che istituisce l’Aci stabilisce che l’intervento sia possibile solo in presenza di una coercizione economica vera e propria. In quel caso, l’Unione dispone di una procedura strutturata: prima l’individuazione formale dell’atto coercitivo, poi il tentativo di risolvere la controversia attraverso il dialogo. Solo se ogni via diplomatica fallisce, possono entrare in gioco contromisure economiche, sempre nel rispetto dei criteri di necessità e proporzionalità.

Le contromisure previste come ultima risorsa

Le misure di risposta sono concepite per essere mirate, temporanee e con un impatto limitato sull’economia europea. Il ventaglio di opzioni è ampio e comprende restrizioni su importazioni ed esportazioni di beni e servizi, limiti agli investimenti diretti esteri e ai diritti di proprietà intellettuale, oltre a barriere all’accesso agli appalti pubblici dell’Ue o all’immissione sul mercato di prodotti regolamentati. Proprio per la loro natura emergenziale, queste misure possono essere adottate rapidamente.

Il meccanismo decisionale europeo

Il funzionamento dello strumento combina atti di esecuzione e atti delegati, così da garantire rapidità e flessibilità. Spetta al Consiglio, su proposta della Commissione, stabilire se esista un atto di coercizione. L’adozione delle contromisure ricade invece sulla Commissione, affiancata da un comitato degli Stati membri. In alcuni casi specifici, come le norme di origine, entrano in gioco anche atti delegati con il coinvolgimento del Parlamento europeo. È inoltre previsto il confronto con le parti interessate e un flusso informativo costante verso Consiglio e Parlamento.

L’uso dello strumento anti-coercizione è un piano B

L’obiettivo dichiarato dell’Aci resta quello di risolvere i conflitti commerciali attraverso la diplomazia. Tuttavia, se le circostanze lo imponessero, lo strumento potrebbe essere impiegato contro Paesi extra-europei, utilizzando leve che spaziano dalle limitazioni commerciali alle restrizioni su investimenti e finanziamenti. È in questo contesto che il dibattito politico si è riacceso, soprattutto in relazione ai rapporti con gli Stati Uniti.

Il nodo dei rapporti con Washington

Si ripete spesso che l’Europa non abbia la forza di alzare la voce contro gli Stati Uniti, tra dazi, sanzioni alle Big Tech e tensioni geopolitiche come quelle legate alla Groenlandia. In parte è una constatazione fondata: per decenni il continente ha delegato a Washington la propria sicurezza militare, sacrificando porzioni di autonomia strategica. Eppure, sul piano commerciale, Bruxelles dispone di uno strumento capace di rispondere a pressioni apertamente ostili: proprio lo Strumento anti-coercizione.

Il pressing politico dopo il ritorno di Trump

Quando il regolamento venne adottato nel 2023, molti osservatori pensavano che l’Aci sarebbe stato rivolto soprattutto alla Cina. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha però cambiato lo scenario. Il deterioramento dei rapporti transatlantici e le nuove tariffe annunciate contro i Paesi europei coinvolti in Groenlandia hanno spinto alcuni leader a invocare l’attivazione dello strumento. Il primo è stato Emmanuel Macron, seguito da altri esponenti ed ex membri della Commissione, tra cui Paolo Gentiloni, che ha sintetizzato la questione con un secco: “Se non ora, quando?”.

Cosa comporterebbe l’attivazione del “bazooka”

Se l’Aci venisse effettivamente attivato, la Commissione potrebbe proporre contromisure che includono l’innalzamento dei dazi, l’esclusione delle aziende americane dagli appalti pubblici europei e restrizioni su servizi, investimenti e proprietà intellettuale. Azioni di questo tipo colpirebbero duramente le imprese statunitensi presenti in Europa, ma avrebbero ricadute anche sulle aziende europee con interessi negli Stati Uniti.

Chi decide l’uso dello strumento anti-coercizione?

L’ultima parola, però, non spetterebbe all’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen. L’attivazione delle misure richiederebbe un voto a maggioranza qualificata degli Stati membri: almeno 15 Paesi su 27, rappresentativi di almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Un passaggio politico tutt’altro che scontato.

L’allarme Germania sui nuovi dazi Usa

In attesa delle mosse di Bruxelles, in Germania si valutano già le possibili conseguenze economiche delle nuove tariffe statunitensi. Secondo le stime degli economisti, le esportazioni tedesche verso gli Usa potrebbero calare tra il 5 e il 10%, con perdite annue comprese tra 8 e 15 miliardi di euro. Danni che si aggiungerebbero a quelli causati dai dazi al 15% introdotti lo scorso anno. Una prospettiva particolarmente critica per un Paese che considera gli Stati Uniti il principale partner commerciale, soprattutto nei settori dell’automotive, dei macchinari e dell’industria chimico-farmaceutica.

Potrebbe interessarti anche questo articolo: Dazi Usa, Macron è pronto a richiedere l’attivazione di uno strumento anti-coercitivo Ue

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