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Ue, scatta la misura sui pacchi: cosa prevede la nuova tassa e cosa cambia per l’Italia

Dal 1° luglio scatta il dazio forfettario sui pacchi extra-Ue sotto i 150 euro: si paga per articolo, non per spedizione. In Italia il vero nodo è il 1° ottobre, quando rischia di tornare anche la tassa nazionale da 2 euro

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Unione Europea, scatta la tassa sui pacchi | nella foto, delle bandiere dell'Unione Europea

Delle bandiere dell’Unione Europea | Pixabay @PeskyMonkey – alanews

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

29 giugno 2026 – Il 1 luglio 2026 l’Unione europea ha introdotto un dazio temporaneo di 3 euro sui pacchi provenienti da Paesi terzi. La misura sarà applicata su base volontaria fino all’1 novembre 2026. Dal giorno successivo diventerà obbligatoria per un periodo di un anno e mezzo e le autorità doganali europee raccoglieranno dati per predisporre una tassazione regolare, calibrata su valore, peso e paese di origine, che dovrà sostituire la “tassa piatta” a partire dal 1 luglio 2028.

Tassa sui pacchi, cosa ha stabilito l’Ue

La Commissione ha stabilito che il dazio temporaneo funzionerà come misura transitoria: il 75% delle entrate confluirà nel bilancio comunitario e il 25% rimarrà allo Stato membro dove la riscossione è avvenuta. I funzionari Unione europea hanno spiegato che le misure nazionali già in vigore dovranno cessare “una volta che entrerà in vigore” la norma comunitaria; per questo motivo la commissione di gestione nazionale da 2 euro rischia di non essere applicata. È prevista anche l’introduzione di una handling fee, legata al nuovo codice doganale Unione europea che dovrebbe essere pubblicato in autunno: la commissione di gestione sarebbe compresa tra 2 e 3 euro e entrerà in funzione con il codice delle Dogane Unione europea.

Chi paga e cosa cambia per l’Italia

La responsabilità del pagamento segue un ordine gerarchico che ricade prima su piattaforme e marketplace, poi su venditori, corrieri e agenti doganali, e solo in via residuale potrà ricadere su altri soggetti, incluso il consumatore finale. Nella pratica, è probabile che i venditori scarichino il costo sulle spese di spedizione. Per l’Italia il punto delicato è la sovrapposizione di due prelievi distinti. Al dazio europeo da 3 euro si affianca infatti un contributo nazionale da 2 euro, nato con la Legge di Bilancio 2026 per coprire i costi amministrativi delle pratiche doganali. Dopo una lunga serie di rinvii – da gennaio, a marzo, a luglio – con il decreto approvato dal Consiglio dei ministri del 22 giugno 2026 l’applicazione è stata spostata al 1° ottobre 2026.

L’obiettivo è esplicito: evitare l’effetto cumulativo “3+2” che avrebbe portato il costo fisso aggiuntivo a 5 euro, più IVA, per le spedizioni coinvolte.In concreto, da luglio a settembre i consumatori italiani pagano solo il dazio UE; il vero spartiacque è il 1° ottobre, quando – salvo nuove proroghe o una cancellazione definitiva, chiesta da Confcommercio e Confetra – potrebbe riattivarsi anche la tassa nazionale. Le associazioni di categoria avvertono di un rischio competitivo: l’applicazione simultanea delle due misure potrebbe deviare circa il 50% dei traffici logistici extra-UE verso altri scali europei, con le merci sdoganate altrove e poi portate in Italia via terra.

Ue, effetti sul commercio

La Commissione giustifica il provvedimento con la necessità di “garantire parità di condizioni e dotare le autorità doganali degli strumenti necessari per affrontare e controllare prodotti non conformi”, ha detto un alto funzionario Unione europea.

Nel 2025 sono stati importati 5,9 miliardi di pacchi di valore inferiore ai 150 euro, pari a circa 16 milioni al giorno. Questi piccoli pacchi rappresentano il 98% delle spedizioni extra-Unione europea ma hanno generato solo il 2% delle entrate doganali. La stessa Commissione stima che oltre il 60% di questi beni non rispetterebbe gli standard Unione europea. Il settore del commercio al dettaglio pesa per l’11,5% del valore aggiunto europeo e dà lavoro a 30 milioni di persone: Bruxelles usa questi numeri per motivare la necessità di riequilibrare la concorrenza tra operatori tradizionali e venditori online extra-Unione europea.

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