Nel Golfo Persico, la tensione tra Stati Uniti e Iran si taglia con un coltello. La tregua in scadenza il 21 aprile potrebbe riaprire i giochi diplomatici, ma finora le trattative sono ferme, ingessate. Petrolio, rotte marittime, programma nucleare: i nodi più spinosi restano irrisolti, incastrati tra posizioni inflessibili e discorsi infuocati. Donald Trump ha dichiarato che, a suo avviso, la guerra “è quasi finita” e che non servono nuove tregue. Nel mezzo, la premier italiana Giorgia Meloni e i Paesi della Nato finiscono sotto attacco verbale, accusati di non offrire il sostegno necessario. Teheran, dal canto suo, alza la posta: minaccia ritorsioni severe se il blocco navale americano dovesse proseguire.
Colloqui USA-Iran: Teheran alza la voce su Hormuz
Lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico petrolifero mondiale, è ormai un punto di stallo pericoloso. Gli Stati Uniti tengono alta la pressione con la loro presenza navale e un blocco che limita il passaggio verso i porti iraniani, scatenando tensioni in una zona già bollente. Dall’altra parte, Teheran risponde senza mezzi termini: Mojtaba Khamenei, consigliere militare della Guida Suprema, ha minacciato che l’Iran potrebbe affondare le navi americane se Washington dovesse continuare a sorvegliare lo stretto. Anche Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha ribadito il rischio rappresentato dalle forze Usa, parlando apertamente di missili pronti a colpire. Parole pesanti che sottolineano un clima da alta tensione, dove ogni mossa rischia di far saltare la fragile tregua in vigore.
Il generale Ali Abdollahi, a capo del quartier generale Khatam al-Anbiya, ha avvertito che se le restrizioni e le azioni che mettono a rischio i traffici commerciali iraniani continueranno, la tregua sarà spazzata via. Teheran minaccia di chiudere del tutto le rotte marittime del Golfo Persico, del Golfo di Oman e del Mar Rosso, bloccando esportazioni e importazioni. È una strategia di deterrenza netta, che mostra quanto l’Iran sia deciso a difendere i propri interessi in un’area cruciale per l’economia globale.
Europa divisa sulla sicurezza marittima: critiche e tensioni
Anche gli alleati europei sono nel mezzo del dibattito sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, aggiungendo un ulteriore elemento di instabilità. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha criticato duramente l’idea di una coalizione europea per la sicurezza marittima nel Golfo. Secondo Baghaei, questa mossa rischia di complicare ancora di più le cose, ricordando che l’Iran ha garantito il controllo e la sicurezza dello stretto da decenni senza aiuti esterni.
Baghaei ha poi puntato il dito contro gli Stati Uniti e i loro alleati, definendoli responsabili della recente crisi e della “guerra imposta”. Da Teheran arriva un chiaro avvertimento: ogni intervento esterno, soprattutto europeo, potrebbe far salire la tensione e portare a un’escalation. Al tempo stesso, il portavoce ha elogiato la prudenza di molti Paesi europei che finora hanno evitato di schierarsi apertamente contro l’Iran, sottolineando come la stabilità possa essere garantita dai Paesi della regione, a patto che cessino le interferenze straniere.
In questo quadro si inserisce la posizione di Trump, che ha bollato come “molto triste” il presunto piano europeo di riaprire lo Stretto senza coinvolgere gli Stati Uniti. Per lui, l’azione americana ha già messo in moto la riapertura del passaggio marittimo, e persino la Cina sarebbe soddisfatta di questa soluzione. Lo scontro tra Est e Ovest dentro la Nato emerge ancora una volta, rendendo più difficile qualsiasi sforzo di cooperazione internazionale.
Nucleare iraniano, dura la posizione di Teheran sul diritto all’arricchimento
Accanto alla questione dello Stretto, il nodo del programma nucleare iraniano resta irrisolto e delicato. Gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento degli impianti nucleari e la rimozione dell’uranio arricchito al 60%, una condizione che bloccherebbe lo sviluppo nucleare iraniano. Ma il ministero degli Esteri di Teheran conferma la linea dura: l’Iran rivendica il diritto “indiscutibile” di continuare ad arricchire l’uranio, anche se ammette che livello e quantità siano “negoziabili”.
È un’apertura parziale, ma il principio resta fermo: il nucleare civile non si tocca, né sotto pressione politica né con la forza militare. Questa rigidità mantiene alta la tensione con Washington, che continua a spingere con pressioni diplomatiche e militari.
Usa rafforzano la presenza militare: scenari di possibile confronto
Nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno aumentato di molto la loro presenza militare in Medio Oriente. Sono stati inviati circa 10.000 soldati in più, portando a oltre 60.000 il totale di militari americani nel Golfo e nelle aree vicine. Tra le forze schierate spiccano la portaerei USS George H.W. Bush con il suo gruppo navale, e il Boxer Amphibious Ready Group con l’11ª Marine Expeditionary Unit, a fianco di unità di punta come le portaerei USS Abraham Lincoln e USS Gerald R. Ford.
Questo dispiegamento serve a offrire agli Stati Uniti più margini di manovra e opzioni operative, qualora i negoziati con Teheran non dovessero portare a un accordo. Sul tavolo restano scenari che vanno da attacchi mirati a interventi di terra nel caso la situazione degeneri.
Islamabad in vista: si lavora a un nuovo round di colloqui tra USA e Iran
La Casa Bianca conferma che sono in corso colloqui preliminari per riprendere i negoziati con l’Iran, probabilmente di nuovo a Islamabad, dove si era tenuto l’ultimo round fallito. La portavoce Karoline Leavitt esclude che siano state avanzate richieste ufficiali per estendere la tregua, ma sottolinea l’impegno a portare avanti trattative, soprattutto grazie all’intermediazione del Pakistan, indicato come unico mediatore.
Si parla di un possibile incontro già la prossima settimana. Nel frattempo, si valuta anche un’estensione della tregua di due settimane per evitare un’escalation prima della scadenza del cessate il fuoco. I mediatori stanno organizzando colloqui tecnici per cercare di superare le divergenze più difficili, in particolare su sicurezza marittima e nucleare.
Il clima resta teso, con posizioni dure da entrambe le parti e tentativi di dialogo che si intrecciano. La posta in gioco è alta: non riguarda solo la sicurezza regionale, ma anche l’equilibrio energetico e strategico globale, in un momento storico particolarmente delicato.






