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Home Economia

Il petrolio Usa a +35,63% in una settimana: balzo maggiore dal 1983

L’impennata dei prezzi del greggio americano, spinta dall’escalation in Medio Oriente, scuote i mercati globali e alimenta timori su inflazione e crescita economica

by Giacomo Camelia
6 Marzo 2026
Le conseguenze su petrolio e gas della guerra in Iran

Le conseguenze su petrolio e gas della guerra in Iran | Pixabay @omada - alanews

Washington, 6 marzo 2026 – Il prezzo del petrolio americano registra un’impennata storica a seguito dell’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente e delle tensioni geopolitiche che ne derivano, influenzando i mercati energetici globali e i mercati finanziari internazionali. La settimana appena trascorsa segna un record per i futures del greggio statunitense, con una crescita senza precedenti dal 1983.

Il balzo storico del petrolio USA e Brent

Nella sessione di ieri a New York, i futures sul West Texas Intermediate (WTI) hanno chiuso con un incremento del 12,21%, pari a 9,89 dollari, attestandosi a 90,90 dollari al barile. In termini settimanali, il petrolio statunitense ha messo a segno un rialzo del 35,63%, il più consistente nella storia dei contratti futures, dal 1983 ad oggi. Il benchmark globale Brent, invece, ha guadagnato l’8,52% nella singola giornata, chiudendo a 92,69 dollari, con un incremento settimanale del 28%.

Il prezzo del petrolio
Il prezzo del petrolio | Wikimedia Commons – alanews.it

Questi aumenti sono strettamente collegati all’escalation della guerra in Medio Oriente, che sta generando seri contraccolpi sulle forniture energetiche mondiali. Il conflitto coinvolge una vasta gamma di attori regionali e internazionali, da Israele e Hamas fino a Iran, Stati Uniti, e altri paesi del Golfo, complicando ulteriormente la stabilità dell’area.

Impatti geopolitici e reazioni dei mercati finanziari

Il conflitto in Medio Oriente, insieme a un mercato del lavoro statunitense debole e al rialzo del prezzo del petrolio, ha determinato una settimana di forte turbolenza sui mercati finanziari mondiali. Le principali borse europee hanno chiuso in rosso, con perdite tra lo 0,6% e l’1%, mentre Milano ha registrato un calo dell’1,02% nel solo ultimo giorno e un passivo settimanale superiore al 6%. L’indice Stoxx 600, che rappresenta i principali titoli azionari europei, ha bruciato ben 918 miliardi di euro durante la settimana.

Questa situazione di elevata volatilità e incertezza rende particolarmente complesso il compito delle banche centrali, in primis la Federal Reserve americana e la Banca Centrale Europea (BCE), nel definire le prossime mosse di politica monetaria. Da un lato, infatti, vi è la pressione di contenere l’inflazione causata dal rialzo dei costi energetici; dall’altro, la necessità di non soffocare ulteriormente una crescita economica già in rallentamento.

Il governatore del Banco de España, José Luis Escrivá, membro del board BCE, ha dichiarato improbabile un rialzo dei tassi nella riunione della prossima settimana, sottolineando però che sarà necessario tempo per valutare l’impatto completo sull’inflazione. Il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), Antonio Patuelli, ha evidenziato come l’impennata dei costi energetici, unita a forti cali nei mercati azionari e difficoltà nei commerci internazionali, costituisca un rischio significativo per l’economia europea.

Il Medio Oriente: un conflitto in espansione e le sue conseguenze

Secondo un’analisi aggiornata dell’ISPI, il conflitto mediorientale ha ormai assunto le dimensioni di una vera e propria guerra regionale, con numerosi attori coinvolti direttamente o indirettamente: Israele, Hamas, Hezbollah, Iran, Stati Uniti, Gran Bretagna, Yemen, Libano, Siria, Iraq, ISIS, curdi, e movimenti separatisti minori, con l’inaspettato ingresso del Pakistan in alcune azioni militari.

L’instabilità è aggravata dal fatto che, oltre alla guerra di Gaza, si assiste a tensioni e scontri in altre aree come il Baluchistan tra Iran e Pakistan, e a frequenti schermaglie in Nord Siria e Iraq. Inoltre, il blocco potenziale dello stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il 20% dell’export mondiale di petrolio – rappresenta una minaccia strategica per i flussi globali di idrocarburi. Il ministro dell’Energia del Qatar ha recentemente lanciato un monito riguardo a possibili interruzioni della produzione e spedizione di petrolio e gas nel breve termine.

Il conflitto ha già causato un’impennata dei prezzi del greggio tornati ai livelli di aprile 2024, con il WTI e il Brent sopra i 90 dollari al barile. Alcuni analisti temono che, se il conflitto dovesse protrarsi, i prezzi possano salire fino a 150 dollari al barile.

Petrolio, le sfide dell’“energy dominance” americana

Gli Stati Uniti, che sono oggi il maggior produttore mondiale di petrolio con circa 20 milioni di barili al giorno, hanno raggiunto un livello di “energy dominance” che, secondo l’amministrazione americana, consente di reggere agli shock di offerta derivanti dal conflitto in Medio Oriente.

Questa posizione è stata rafforzata dalla crescita della produzione nazionale e dalle vaste riserve strategiche di greggio, che costituiscono un cuscinetto importante contro eventuali carenze. Tuttavia, il rischio di destabilizzazione del mercato energetico globale rimane elevato, soprattutto in considerazione dell’eventualità che l’Iran possa imporre un blocco prolungato dello stretto di Hormuz o che la produzione del paese venga compromessa da disordini interni.

Inoltre, gli effetti del conflitto, uniti alla debolezza del mercato del lavoro negli Stati Uniti, complicano il quadro per la Federal Reserve che deve bilanciare la lotta all’inflazione con la necessità di sostenere l’economia.

L’evoluzione della situazione rimane dunque incerta, con forti implicazioni per i mercati energetici, finanziari e geopolitici mondiali.

Tags: Stati UnitiUltim'ora

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