Roma, 5 gennaio 2026 – Un sit-in di venezuelani residenti a Roma si è svolto oggi pomeriggio in piazza Largo Argentina, in segno di sostegno all’azione condotta dagli Stati Uniti contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, catturato e trasferito a New York per processo. La manifestazione ha rappresentato l’espressione di parte della comunità venezuelana in Italia, che non riconosceva la legittimità del governo Maduro e ha auspicato un cambiamento politico nel Paese sudamericano.
La manifestazione a Roma: testimonianze e motivazioni

I partecipanti al sit-in hanno espresso apprezzamento per l’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro, giudicato illegittimo e accusato di narcotraffico e violazioni gravi dei diritti umani. Una donna venezuelana, residente in Italia da nove anni, ha sottolineato come il Venezuela fosse già “invaso da interessi russi, cinesi e iraniani” e ha definito la pressione internazionale “un sollievo” di fronte alla crisi aperta fin dal 2013, iniziata con proteste e repressioni violente.
Un altro manifestante, arrivato in Italia da tre anni e con familiari ancora in Venezuela, ha ricordato i 26 anni di repressione vissuti nel Paese e ha confidato nella possibilità di una futura libertà democratica. Entrambi hanno evidenziato l’importanza del ruolo dell’opposizione venezuelana e della comunità internazionale per una transizione politica nel 2026.
L’azione degli Stati Uniti e il contesto geopolitico
L’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro è stata presentata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump come un’azione di difesa contro il narcotraffico, con l’accusa a Maduro di essere il capo del “Cartel de los Soles”, un’organizzazione criminale dedita al traffico di droga e riciclaggio. Tuttavia, dietro questa motivazione si cela una valenza geopolitica ed economica più ampia, legata al tentativo degli Stati Uniti di riaffermare la propria supremazia nell’America Latina, contrastando la crescente influenza di Russia, Cina e Iran nel Venezuela, Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo.
La cosiddetta Dottrina Monroe, che considera l’America Latina come un’area di esclusiva influenza statunitense, è tornata a guidare la politica di Washington, che ha schierato una poderosa flotta militare e condotto ripetuti attacchi contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico, causando oltre cento vittime in questi ultimi mesi. L’operazione, iniziata a metà dicembre 2025, si è conclusa nella notte del 3 gennaio con la cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores, entrambi trasferiti a bordo della nave Iwo Jima diretta a New York, dove potrebbero comparire in tribunale già lunedì.
Il presidente Trump ha affermato di aver seguito l’operazione in tempo reale da Mar-a-Lago e ha escluso vittime americane, ribadendo che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sul Venezuela e sulle sue risorse petrolifere. L’azione ha però suscitato reazioni contrastanti a livello internazionale: da Parigi è arrivato un monito sulla violazione del diritto internazionale, mentre Pechino e Mosca hanno espresso forte condanna, con la Russia che ha richiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Nel frattempo, in Venezuela è stata nominata presidente ad interim la vicepresidente Delcy Rodríguez, mentre la leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, si è dichiarata pronta a guidare il Paese verso la libertà, sostenuta anche dal presidente eletto in esilio Edmundo Gonzales. La comunità internazionale osserva con attenzione l’evolversi della situazione, che segna un punto di svolta nella travagliata storia politica venezuelana.






