Milano, 27 febbraio 2026 – Emergono nuovi sviluppi nel caso dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne pusher ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Le indagini della Procura di Milano e della Squadra mobile della Polizia si stanno ampliando, con la valutazione di ulteriori ipotesi di reato nei confronti di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo fermato e accusato di omicidio volontario.
Nuove accuse al poliziotto Carmelo Cinturrino
Secondo quanto appreso, i magistrati stanno considerando l’aggiunta delle accuse di estorsione e di omessa denuncia nel fascicolo contro Cinturrino. Le ipotesi si basano su testimonianze e riscontri che indicano possibili richieste di soldi e droga rivolte da Cinturrino a pusher e tossicodipendenti, nonché su una presunta complicità o volontà di chiudere un occhio da parte degli agenti del commissariato Mecenate, dove lavorava l’agente. Al momento, non risultano nuovi indagati o reati iscritti, ma le valutazioni sono in corso.
Negli ultimi giorni, inoltre, sono pervenute numerose segnalazioni e video da parte di frequentatori del bosco di Rogoredo, che dichiarano di essere stati a conoscenza delle condotte illecite di Cinturrino. Tuttavia, ogni denuncia viene attentamente vagliata per verificarne l’attendibilità.
Il contesto e le indagini sul caso Mansouri
Il 28enne Abderrahim Mansouri, noto come “Zack”, faceva parte di un clan attivo nel traffico di droga nella zona sud di Milano. La sua morte è avvenuta durante un controllo nel bosco di Rogoredo, dove Cinturrino ha sparato un colpo di pistola che lo ha raggiunto alla tempia destra. Le indagini hanno svelato una messinscena organizzata dall’agente: una pistola giocattolo, trovata accanto al corpo, riportava solo il DNA di Cinturrino, mentre Mansouri non aveva armi vere.
I colleghi dell’agente, inizialmente concordi nel confermare la versione ufficiale, hanno successivamente modificato le loro dichiarazioni, rivelando che Mansouri non aveva mai puntato un’arma contro gli agenti. L’allarme al 118 è stato dato con un ritardo di 23 minuti, e l’agente avrebbe manipolato la scena del crimine per nascondere la verità.
Il poliziotto ha ammesso in carcere di aver agito per paura e ha chiesto scusa a tutti i colleghi in divisa, pur negando le accuse di estorsione e sostenendo di non aver mai chiesto soldi a spacciatori o tossicodipendenti.
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