Palermo, 9 marzo 2026 – Il recente rapporto sull’evoluzione della frana di Niscemi, redatto da un team di esperti dell’Università di Firenze guidato dal professor Nicola Casagli, fornisce un quadro dettagliato e aggiornato della situazione che da mesi sta mettendo a rischio la sicurezza del comune siciliano. La relazione, frutto di sopralluoghi sul campo e analisi di dati satellitari, sottolinea come il fenomeno franoso sia tuttora in evoluzione e che il rischio complessivo rimanga elevato.
Condizioni di stabilità e aree a rischio
Secondo il documento di 150 pagine pubblicato dal Dipartimento della Protezione Civile, il centro del paese presenta condizioni di sostanziale stabilità, ma la scarpata principale che delimita Niscemi è “suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica”. La fascia di sicurezza attualmente interdetta si estende fino a 100 metri dal margine della scarpata, ma il rapporto consiglia di prevedere “la delocalizzazione degli edifici ubicati entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata” per garantire una maggiore tutela della popolazione.
Il professor Casagli, che è anche presidente dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) e figura di riferimento nella prevenzione dei rischi geologici, ha evidenziato l’eccezionalità del fenomeno, paragonandolo a disastri storici come la frana del Vajont e quella di Ancona. La frana di Niscemi si estende su un fronte di circa 4,7 chilometri ed è destinata ad avanzare di ulteriori trenta metri, come confermato dal monitoraggio costante.
Niscemi, strategie di intervento e monitoraggio
Per affrontare l’emergenza, la relazione indica come prioritaria la riduzione dell’infiltrazione d’acqua proveniente da monte, attraverso l’intercettazione dei flussi idrici prima che penetrino nella massa destabilizzata. Sono inoltre necessari interventi di protezione al piede dei versanti per contrastare l’erosione fluviale, con particolare attenzione all’alveo del torrente Benefizio. L’adozione di tecniche di ingegneria naturalistica, come la piantumazione di alberi, è suggerita per favorire la stabilizzazione del terreno.
Un altro punto cruciale riguarda il potenziamento del sistema di monitoraggio tramite inclinometri profondi, utili per il controllo delle pressioni interne al terreno e per prefigurare eventuali evoluzioni del fenomeno franoso. L’azione delle autorità e degli esperti si concentra quindi non solo sulla gestione dell’emergenza, ma anche sulla prevenzione di ulteriori danni e sull’adozione di misure strutturali e ambientali volte alla mitigazione del rischio.
Il quadro delineato conferma la complessità e la gravità della situazione, ma anche l’impegno scientifico e istituzionale nel monitorare e contenere una delle più vaste frane italiane degli ultimi decenni.
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