“La situazione rimane grave”. È il giudizio di Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, al termine dell’incontro al Ministero del Lavoro sulla vertenza ex Ilva. Al centro del confronto la cassa integrazione per 8.622 lavoratori, con le ulteriori ricadute occupazionali sull’indotto. Per il sindacato, senza garanzie sulla continuità produttiva e salariale non ci sono le condizioni per raggiungere un accordo. La Fiom ha chiesto all’amministrazione straordinaria e al Ministero di tutelare gli stabilimenti e i redditi dei dipendenti. Nel mirino anche il passaggio al pagamento diretto della cassa integrazione da parte dell’Inps, un cambiamento che, secondo Scarpa, rischia di avere conseguenze sulle retribuzioni dei lavoratori. Il sindacato ha inoltre sollecitato il ripristino delle condizioni per tornare al lavoro, a partire dalla lavorazione delle bramme e dei COIS negli impianti a freddo. Le garanzie richieste non sono arrivate e il tavolo è stato aggiornato a martedì. Ma per la Fiom il nodo principale resta l’assenza di una prospettiva industriale. Un elemento che, secondo Scarpa, potrebbe essere chiarito soltanto dopo l’esito della gara per gli stabilimenti, atteso domenica sera.
Il sindacato torna quindi a chiedere un intervento pubblico e un progetto di industrializzazione fondato sulla decarbonizzazione della siderurgia italiana. Scarpa denuncia anche i continui spostamenti delle risorse destinate alla transizione degli impianti, sostenendo che agli annunci del governo non corrispondano finanziamenti adeguati. Il riferimento è anche alla crisi di altri poli siderurgici, a partire da Piombino. «Noi chiediamo lavoro e una prospettiva per tutte le persone», conclude Scarpa. Per la Fiom, la gestione degli ammortizzatori sociali non può sostituire un piano capace di garantire la ripartenza produttiva e il futuro occupazionale del settore.