A pochi passi dalle strade affollate del centro storico di Napoli, dove la musica degli artisti di strada accompagna il passaggio di turisti e residenti, c’è un edificio che sembra vivere fuori dal tempo. È il palazzo di piazza Miraglia, di proprietà dell’Ordine religioso dei Servi di Maria, occupato da persone in emergenza abitativa dopo anni di abbandono. Al suo interno, tra stanze adattate a piccoli spazi domestici e servizi igienici condivisi, vivono persone, famiglie e soggetti in condizioni di particolare fragilità economica e sociale. Disoccupazione, lavori precari e difficoltà quotidiane scandiscono una convivenza che negli anni è diventata per molti l’unica possibilità di avere un tetto. Tra loro ci sono Salvatore e Monica. Due storie diverse, ma accomunate da una condizione di precarietà che emerge attraverso i loro racconti e i gesti di ogni giorno. Entrambi spiegano che l’occupazione è nata da una necessità, dalla mancanza di alternative e dall’impossibilità di sostenere i costi di un’abitazione. Non chiedono necessariamente di restare nell’edificio: se avessero la possibilità di trovare una casa con un affitto compatibile con le proprie disponibilità economiche, sarebbero pronti ad andare via. Una possibilità che, nel mercato immobiliare del centro storico, appare sempre più distante. Basta una ricerca online per imbattersi in annunci di bilocali con canoni difficilmente accessibili per chi vive in condizioni di precarietà economica. È anche attraverso questo confronto che emerge la distanza tra il valore degli affitti sul mercato e le possibilità concrete di chi cerca semplicemente una casa. Gli abitanti riferiscono di aver cercato nel tempo interlocuzioni con le istituzioni, anche per regolarizzare la propria posizione e contribuire alle utenze, senza riuscire a ottenere una soluzione. Adesso, con lo sfratto imminente, il rischio di ritrovarsi nuovamente senza un’abitazione è sempre più concreto. Mentre fuori la città continua a scorrere, dentro il palazzo si consuma una quotidianità lontana dai ritmi e dalle immagini del centro storico. E per chi ci vive, la prospettiva è quella di perdere anche l’ultimo luogo in cui ha trovato riparo.