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“Ho lasciato la carriera da manager per la recitazione”. Intervista a Fausto Maria Sciarappa, l’attore si racconta tra I casi di Teresa Battaglia e il sogno Kusturica

L'attore parla del cambio radicale di vita, della sintonia con Elena Sofia Ricci nell'ultima puntata de I casi di Teresa Battaglia e dei suoi progetti tra Rai 1 e il cinema.

2 Novembre 2026
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Elena Sofia Ricci e Fausto Maria Sciarappa

Fausto Maria Sciarappa si racconta tra I casi di Teresa Battaglia | Credits Raiplay

Sveva Rinaldi di Sveva Rinaldi

Sveva Rinaldi scrive di spettacolo, televisione e costume con uno sguardo attento ai protagonisti del piccolo schermo, ai nuovi volti della musica e alle storie che accendono il dibattito social. Curiosa per natura e allergica ai gossip senza riscontri, racconta il mondo dell’intrattenimento cercando sempre il dettaglio giusto dietro la notizia

Un passato da manager nella logistica internazionale con una carriera avviata in Inghilterra, poi la scelta coraggiosa di azzerare tutto per seguire la passione per la recitazione. Oggi Fausto Maria Sciarappa è uno dei volti più apprezzati del panorama audiovisivo italiano ed internazionale. In occasione del gran finale di stagione de I casi di Teresa Battaglia, l’attore si racconta a cuore aperto tra vita privata, ruoli iconici e sogni per il futuro.

Fausto, una carriera già avviata nella logistica internazionale, la direzione di un’agenzia in Inghilterra e poi la scelta di azzerare tutto per la recitazione. Qual è stata la scintilla o la goccia che ha fatto traboccare il vaso spingendoti a rischiare una stabilità già conquistata?

Molto semplicemente avevo perso l’entusiasmo: non mi piaceva più il lavoro che stavo facendo. Non so precisamente per quale motivo, o forse i motivi erano tanti. Facevo orari impossibili e non avevo più una vita mia, né personale né sociale. Man mano che aumentavano le responsabilità (ed era stata una bella carriera) a un certo punto ho capito che non era quella la vita che volevo. Il mio avvicinamento a questo mondo non è stato un caso, o forse lo è stato solo fino a un certo punto. Sin da adolescente avevo una piccola passione per gli spettacoli dal vivo, che si trattasse di teatro, balletto o coreografia. Inizialmente ho avuto dei veri e propri segnali dal punto di vista della salute: non stavo affatto bene.

Sei andato in burnout…

Più o meno sì, un burnout. Avevo anche dei veri e propri attacchi di panico e li ho presi come segnali del mio corpo che mi dicevano: “Attenzione, guardati dentro e cerca di capire cosa sta succedendo, perché tutto questo non è normale”. Così ho deciso di sforzarmi a uscire dall’ufficio a un orario accettabile e, almeno due volte a settimana, sono andato a riscoprire quella passione. Mi sono tornati in mente due episodi della mia adolescenza, due momenti che mi avevano portato entrambi a Milano, io sono cresciuto a Novara. Nel primo caso fu un’uscita con la scuola: il professore di inglese portò la nostra classe a vedere uno spettacolo e lì scoccò qualcosa.

Hai scelto la felicità a scapito della stabilità, una decisione in controtendenza. È qualcosa che consiglieresti ai giovani di oggi?

Io spero per loro che la scelta iniziale che compiono sia subito quella giusta. Però, nel momento in cui si accorgono che c’è qualcosa che non va, devono fermarsi a capire bene e a guardarsi a fondo dentro. Se riescono a farlo da soli, bene; se non ci riescono, è importante che si facciano aiutare: ci sono dei professionisti straordinari che ti guidano a scoprire il tuo mondo interiore per capire veramente come ritrovare l’equilibrio. Se poi scoprono che ciò che stanno facendo non è quello che vogliono per la loro vita, ma che c’è qualcos’altro che sentono più vicino alla propria natura, beh, allora che si buttino! Mi rendo conto che al giorno d’oggi sia molto difficile e che le cose non siano affatto facili. Io ho avuto la fortuna enorme, quando mi sono arrivati questi segnali dovevo rendere conto solo ed esclusivamente a me stesso. Ero già adulto e indipendente, per cui ho potuto essere onesto con me stesso. E così, nonostante la carriera avviata e le entrate che arrivavano, che non erano poche, ho deciso di mollare tutto e di rimettermi in gioco. Mi ricordo che dentro di me dissi: “Anche se poi non dovesse andare bene, in qualche modo farò e troverò qualcos’altro”.

Stasera va in onda l’ultima puntata de I casi di Teresa Battaglia, un thriller psicologico molto denso. Come si costruisce la sintonia sul set con una partner come Elena Sofia Ricci?

La risposta è una sola: non è una cosa che costruisci a tavolino, nasce nel momento stesso in cui ti incontri. Il nostro incontro umano, nella vita di tutti i giorni, è stato meraviglioso: ci siamo trovati in sintonia fin da subito. Nella vita abbiamo entrambi un lato fanciullesco incredibile, ci piace giocare costantemente; così, come ci viene naturale fuori dal set, abbiamo trovato abbastanza semplice, e penso che lei risponderebbe allo stesso modo, metterlo in pratica poi in scena. Per questo motivo, che si trattasse di girare scene più leggere, anche se ce ne sono poche, o sequenze più intense, devo dire che questa armonia e questo affiatamento si percepiscono chiaramente. Alla fine è stato tutto in discesa.

È una serie con una narrazione molto corale. Cosa deve aspettarsi il pubblico dai vari personaggi e com’è interpretare ruoli in forte evoluzione o involuzione?

È un lavoro davvero corale, in cui alla fine lo spettatore giudicherà la storia, la drammaturgia e l’evolversi dei personaggi. Penso che tutti saranno contenti del percorso di ciascuno di noi. Quanto al mio personaggio, il pubblico vedrà e si godrà la sua evoluzione rispetto all’inizio: capiranno perché cambia e modifica il proprio atteggiamento, sia nei confronti di Teresa soprattutto, sia verso i collaboratori. È sempre interessante quando in un personaggio c’è un’evoluzione o, al contrario, un’involuzione: pensandoci, mi viene subito in mente Valerio Lorenzi de La porta rossa, che ha avuto un’involuzione davvero tremenda.

Nel tuo curriculum figurano colossal come Il codice da Vinci ma anche serie internazionali come The Diplomat, oltre a produzioni Rai

Le produzioni hollywoodiane sono delle macchine organizzative straordinarie che funzionano alla perfezione, senza però dimenticare il lato umano. Ad esempio, nella mia esperienza recente nell’episodio di The Diplomat, ho trovato un ambiente umanamente meraviglioso. Loro erano già alla quarta stagione, quindi puoi immaginare che affiatamento ci fosse; eppure, anche per me che arrivavo come nuovo personaggio per il finale di stagione, è stato come se ci conoscessimo da sempre. È vero che c’è la grande macchina americana, per così dire, ma rimane comunque fondamentale l’aspetto emotivo e umano. Devo dire che da questo punto di vista non mi hanno assolutamente deluso.

Quali sono i tuoi prossimi progetti in uscita e c’è un “set dei sogni” a cui vorresti arrivare in futuro?

Per quanto riguarda i progetti già terminati, a breve arriverà su Rai 1 la seconda stagione di Studio Battaglia con Giuseppe Battiston. Poi ho girato una nuova serie per Rai 1 intitolata Nemo, diretta da Carmine Elia con Giacomo Giorgio e Alessandra Mastronardi, che affronta un tema scottante come quello delle challenge mortali sui social tra gli adolescenti. Infine, sono sul set a Trento per il secondo film da regista di Neri Marcorè, in cui lui è anche protagonista: una bellissima storia di “rivoluzione di vita” molto vicina a quella che ho vissuto io, dove interpreto un personaggio legato a un idraulico che scopre l’amore per la filosofia. E per il sogno nel cassetto… Se mai ne farà ancora un altro, mi piacerebbe tantissimo recitare nel prossimo film di Emir Kusturica: è in assoluto il mio regista preferito!

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