ROMA – Il sito era stato sequestrato, le denunce avevano portato alla chiusura della piattaforma e il caso aveva riacceso il dibattito sulla diffusione non consensuale di immagini intime. Eppure, a poco più di un anno di distanza, il fenomeno è tornato a manifestarsi online, questa volta su Telegram. Si chiama “Phica – La rinascita” ed è una nuova chat che riprende il nome e le modalità operative del portale Phica.eu, finito al centro di un’inchiesta della Polizia postale nel 2025.
In pochi giorni il gruppo ha raggiunto 11.159 iscritti, partendo da circa 1.500 adesioni iniziali. Al suo interno circolano centinaia di fotografie e video di donne, spesso sottratti dai profili social oppure realizzati in contesti privati e successivamente condivisi senza il consenso delle persone ritratte. Le immagini vengono organizzate in diverse sotto-chat, accompagnate da commenti sessisti e richieste di ulteriori contenuti.
La nuova piattaforma è stata ricostruita da La Repubblica, che ha verificato direttamente le modalità di accesso alla chat. Per entrare è sufficiente inviare una richiesta, che viene accettata in pochi secondi. Un sistema che consente a nuovi utenti di accedere rapidamente a una rete di contenuti privati, trasformando fotografie originariamente destinate a una cerchia ristretta in materiale disponibile a migliaia di persone.
Phica, dal sito sequestrato alla nuova rete su Telegram
Il precedente risale all’estate del 2025, quando Phica.eu era finito sotto i riflettori per la pubblicazione di immagini di donne, comprese personaggi pubblici, giornaliste, politiche e persone comuni. Le fotografie venivano spesso accompagnate da commenti sessualizzati, insulti e contenuti degradanti.
Il portale, attivo dal 2005, era stato chiuso dopo una serie di denunce e segnalazioni. Nel settembre 2025 la Procura di Roma aveva disposto il sequestro della piattaforma, con l’intervento della Polizia postale per acquisire il materiale audiovisivo e i relativi commenti, destinati alle successive verifiche investigative.
Tra i reati ipotizzati nell’ambito delle indagini figuravano la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, la diffamazione e l’estorsione. Alcune vittime avevano infatti segnalato presunte richieste di denaro per ottenere la rimozione dei contenuti pubblicati.
La chiusura del sito, tuttavia, non ha eliminato le dinamiche che ne avevano alimentato la diffusione. La nuova chat Telegram dimostra come queste reti possano ricostituirsi rapidamente, trasferendo fotografie, utenti e modalità di condivisione da una piattaforma all’altra.
Foto rubate, immagini private e commenti sessisti: come funziona il sistema
Il meccanismo della nuova chat si basa sulla circolazione di fotografie provenienti da contesti differenti. Alcune vengono prelevate dai profili social pubblici, altre ritraggono donne in momenti privati, comprese immagini realizzate originariamente all’interno di relazioni di fiducia.
Il problema non riguarda soltanto la natura delle fotografie, ma soprattutto l’assenza di consenso alla loro successiva diffusione. Anche uno scatto pubblicato volontariamente su Instagram o su un altro social non diventa automaticamente disponibile per essere estrapolato, ricontestualizzato e condiviso in gruppi che lo trasformano in materiale di carattere sessuale.
Le donne vengono inoltre suddivise in categorie e sotto-chat, mentre gli utenti alimentano le conversazioni con commenti, richieste e ulteriori fotografie. In alcuni casi i contenuti scompaiono dopo un intervallo di tempo, attraverso sistemi di cancellazione automatica. Una modalità che rende più difficile ricostruire la circolazione del materiale, ma non impedisce che le immagini vengano salvate o trasferite altrove.
Secondo quanto ricostruito da Repubblica, le fotografie diffuse nella nuova rete provengono da diverse città italiane, da Torino a Roma, Milano e Palermo. Non è ancora chiaro chi abbia creato il gruppo e se dietro l’operazione ci siano gli stessi responsabili del vecchio portale oppure nuovi soggetti che ne hanno ripreso il modello.
Telegram e la violenza digitale: perché chiudere un gruppo non basta
La rinascita di Phica riporta al centro una questione più ampia: la capacità delle piattaforme digitali di contrastare la diffusione non consensuale di materiale intimo. La rimozione di un sito o di una singola chat può interrompere temporaneamente un’attività, ma non necessariamente eliminare la rete di utenti e contenuti che la sostiene.
Un fenomeno già documentato da AI Forensics, organizzazione che si occupa di ricerca sulle violazioni dei diritti digitali. In uno studio pubblicato nel 2026, l’organizzazione ha monitorato per sei settimane una rete di 16 gruppi e canali attivi tra Italia e Spagna, individuando quasi 25mila utenti coinvolti e oltre 80mila file condivisi tra immagini, video e audio.
La ricerca ha evidenziato un ecosistema che va oltre la semplice condivisione di fotografie: accanto ai contenuti intimi non consensuali sono state rilevate forme di molestia organizzata, diffusione di dati personali e utilizzo di immagini manipolate attraverso strumenti di intelligenza artificiale.
La sociologa e ricercatrice Silvia Semenzin, che ha contribuito a portare l’attenzione sul fenomeno, ha sottolineato come la chiusura delle singole piattaforme non sia sufficiente a interrompere queste dinamiche. Gli utenti possono infatti spostarsi rapidamente verso nuovi gruppi, replicando le stesse modalità operative.
Le vittime e il problema della responsabilità delle piattaforme
Il caso di “Phica – La rinascita” pone nuovamente una questione che riguarda la tutela della privacy, la responsabilità degli utenti e gli strumenti di controllo delle piattaforme. Le fotografie possono essere condivise in pochi secondi, raggiungere migliaia di persone e continuare a circolare anche dopo la cancellazione del contenuto originario.
Per le persone ritratte, le conseguenze non si esauriscono nella violazione della riservatezza. La diffusione non autorizzata può comportare esposizione pubblica, ricatti, molestie, danni alla reputazione e ripercussioni nella vita privata e professionale.
Il punto è anche culturale. Queste reti non si limitano a ospitare immagini: costruiscono spazi nei quali la violazione della volontà delle donne viene normalizzata, trasformata in intrattenimento collettivo e alimentata attraverso il contributo degli utenti.
Resta da chiarire chi gestisca la nuova chat e quali collegamenti esistano con la precedente piattaforma. Ma la sua rapida crescita dimostra che il problema non può essere affrontato soltanto attraverso la chiusura di singoli gruppi. La violenza digitale cambia nome, piattaforma e modalità di accesso, mentre le immagini delle donne continuano a circolare senza il loro consenso.
