Quando le immagini in diretta televisiva hanno mostrato Aleksandar Vučić ammettere la resa, si è compreso subito che la Serbia non stava semplicemente voltando pagina. Stava scrivendo un capitolo del tutto inedito nella cronaca politica globale. Con il riconoscimento ufficiale della sconfitta da parte del blocco di governo e lo straordinario successo elettorale conquistato dalla Lista degli Studenti (Studentska lista), ottenendo il 52% dei consensi, il Paese balcanico è diventato teatro di una mutazione politica mai osservata prima.
Che i giovani riescano a scuotere i palazzi del potere non è una novità per gli storici, ma che un movimento studentesco passi direttamente dai corridoi delle facoltà alla maggioranza assoluta in parlamento senza passare per partiti intermedi segna una rottura epocale. Per comprendere al meglio la portata straordinaria di quanto accaduto a Belgrado, occorre tuttavia analizzare tre ragioni strutturali che rendono questa vittoria un unicum assoluto.
Il salto che la storia non aveva mai visto
Nei grandi stravolgimenti del passato, il ruolo degli studenti è sempre stato quello di formidabile catalizzatore sociale. Nel 1989, fu la spinta dei campus a innescare in Cecoslovacchia la Rivoluzione di Velluto. Eppure, gli studenti praghesi scelsero di canalizzare la loro protesta nel Forum Civico, facendosi affiancare e guidare da intellettuali e dissidenti come Václav Havel.
Lo stesso copione si è ripetuto più di recente in Cile: le imponenti mobilitazioni universitarie del 2011 proiettarono sulla scena pubblica figure come Gabriel Boric, ma la conquista della presidenza nel 2021 arrivò soltanto un decennio più tardi, al termine di un lungo processo di strutturazione attraverso partiti tradizionali dai quali nacque Frente Amplio.
Il caso della Serbia scardina questo schema: la Lista degli Studenti non ha fatto da sponda a nessuno, trasformando direttamente il capitale di piazza in voti reali nel giro di pochissimo tempo.
Nessuna mediazione: l’autonomia radicale dai vecchi partiti
La seconda ragione dell’eccezionalità serba risiede nella totale rifiuto di farsi “assorbire” o scortare dall’opposizione tradizionale. Proprio la Serbia conserva nella sua memoria storica il precedente di Otpor!, il leggendario movimento giovanile che nel 2000 abbatté il regime di Slobodan Milošević. All’epoca, però, la forza di Otpor! agì come braccio operativo di piazza a sostegno della coalizione dei partiti d’opposizione (DOS), rinunciando a candidarsi in forma autonoma.
Nel successo di ieri, invece, la nuova generazione politica ha rifiutato alleanze di comodo o listoni unitari comandati dai vecchi leader. Ha sfidato il sistema a viso aperto, presentandosi alle elezioni come forza autonoma e raccogliendo la fiducia di un elettorato trasversale stanco del sistema consolidato. E c’è di più: diversi importanti partiti di opposizione hanno persino scelto di non candidarsi esortando i propri sostenitori a dare il loro appoggio agli studenti.
La conquista istantanea della maggioranza di governo in Serbia
Ciò che rende gli eventi di ieri in Serbia del tutto incomparabili con le rivolte del passato – come i moti studenteschi in Thailandia nel 1973 che costrinsero la giunta militare alle dimissioni, ma aprirono una complessa fase transitoria priva di una guida giovanile – è però l’immediata assunzione della responsabilità di governo.
La Lista degli Studenti non si insedia in parlamento come una sparuta pattuglia di protesta o una minoranza d’ostruzione: entra all’Assemblea Nazionale forti della maggioranza assoluta dei seggi. La decisione di Aleksandar Vučić di ammettere la sconfitta in diretta tv sancisce il passaggio di consegne a un soggetto nato sui banchi universitari che si trova, dall’oggi al domani, a dover guidare il Paese. È la prima volta che una rivolta generazionale non si limita a chiedere riforme o a far cadere un regime, ma si fa carico direttamente delle chiavi dello Stato. Una svolta epocale.
