Duane “Keffe D” Davis è stato condannato a 40 anni di carcere per aver organizzato l’uccisione di Tupac Shakur a Las Vegas, dopo il verdetto di colpevolezza pronunciato dalla giuria a settembre. L’ex capo della banda South Side Compton Crips, 63 anni, ha annunciato che presenterà ricorso.
La condanna per l’omicidio di Tupac Shakur è la prima in un caso rimasto irrisolto per quasi 30 anni, tra i più noti della cronaca statunitense e al centro di numerose teorie del complotto. La giuria ha riconosciuto Davis colpevole di un capo d’accusa per omicidio con un’arma letale.
L’arma fornita al nipote e l’ordine di sparare
Secondo i procuratori, Davis non ha sparato personalmente, ma ha guidato il gruppo responsabile dell’omicidio: ha ordinato l’attacco e fornito la pistola che suo nipote Orlando Anderson ha usato per aprire il fuoco. Anderson ha negato il proprio coinvolgimento nell’uccisione del musicista ed è morto nel 1998 in un’altra sparatoria, non collegata al delitto.
Le prove centrali del processo sono state le ammissioni pubbliche di Davis. In più occasioni aveva riconosciuto di trovarsi nella Cadillac bianca dalla quale erano partiti i colpi mortali. Nel suo libro di memorie aveva inoltre ammesso di aver fornito l’arma utilizzata per il delitto.
Il libro di memorie e la fine dell’accordo con le autorità
Davis aveva raccontato alle autorità il proprio ruolo nella morte del musicista durante un colloquio riservato con la polizia nel 2008, ottenendo in cambio la protezione dall’azione penale. Il colloquio riguardava la morte del rapper Notorious B.I.G., il cui vero nome era Christopher Wallace, ucciso in una sparatoria pochi mesi dopo Shakur.
Nel 2019 Davis aveva approfondito il racconto nel libro di memorie Compton Street Legend, al quale erano seguite pubblicità e interviste. Il libro e le successive dichiarazioni sul suo coinvolgimento avevano però fatto venir meno l’accordo di protezione che impediva di formulare accuse penali nei suoi confronti. Un giudice aveva quindi autorizzato l’utilizzo del colloquio con la polizia come prova nel processo per omicidio.
Durante il dibattimento, la difesa di Davis ha cercato di convincere i giurati che quei racconti fossero inventati: secondo i suoi legali, si trattava di spacconate ed esagerazioni pensate per vendere libri e guadagnare denaro.
