Nazzarena Di Marcantonio, l’insegnante di francese che rimandò Emanuela Orlandi agli esami di riparazione, è stata convocata a Palazzo San Macuto martedì 6 ottobre. La seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta è fissata alle 9.30. La docente, da molti anni in pensione, era già stata interpellata durante le prime indagini sulle frasi scherzose annotate nel diario scolastico della ragazza.
La Commissione indaga da due anni e mezzo sul caso Orlandi: Emanuela scomparve il 22 giugno 1983. Dopo Di Marcantonio è prevista l’audizione di Alessandra Bellucci, compagna di classe di Mirella Gregori alla scuola media «Mantegazza», nell’ambito degli approfondimenti sulle due quindicenni scomparse.
I voti e il ricordo della professoressa
Emanuela frequentava la II B del liceo scientifico del Convitto nazionale Vittorio Emanuele I, nel quartiere Prati, intitolato al primo re d’Italia. Ai primi di giugno del 1983, quando gli scolari consultarono le pagelle in bacheca, risultò rimandata in latino e francese, rispettivamente con 4 e 5. Potrebbe aver pesato anche l’aumento delle assenze nel secondo quadrimestre. Gli altri voti erano tutti 6, esclusa educazione fisica: il risultato avrebbe potuto essere peggiore. Nella classe, su 23 alunni, ci furono otto rimandati e un bocciato.
Di Marcantonio aveva descritto Emanuela a Tommaso Nelli, autore del libro Atto di dolore e oggi consulente della Commissione bicamerale. La testimonianza risale ad anni fa: «Emanuela era una ragazza molto riservata, silenziosa, non creava assolutamente problemi in classe. Non parlava molto di sé, delle sue attività, di ciò che faceva nel tempo libero. Tanto che il fatto che frequentasse la scuola di musica lo seppi soltanto dopo la scomparsa».
Le frasi sul diario di Emanuela Orlandi e la nota del Sisde
Il possibile tema dell’audizione riguarda un testo di una decina di righe, scritto a matita nel diario scolastico, che attirò l’attenzione degli investigatori dei servizi segreti. Era una trovata scherzosa tra adolescenti, ma conteneva un riferimento a Giovanni Paolo II. Il Papa aveva lanciato il 3 luglio 1983 un appello per la liberazione di Emanuela, suscitando stupore nel mondo.
Nelli ha riportato il testo conservandone gli errori e le maiuscole: «L’allieva Emanuela Orlandi ha dimostrato uno scarsissimo interessamento alla scuola facendo molte volte… ha fatto finta di giustificare le sue… Il suo atteggiamento è stato ribelle e provocatorio tanto che è stata soprannominata LA SORA L’AMANTE DI G.P. II (G.P. II È GIOVANNI Paolo II)… Il suo profitto è molto scadente ma poiché si è venduta di fronte al professore di classe… rimandata a settembre nelle seguenti materie MATEMATICA LATINO FRANCESE ITALIANO ED. FISICA RELIGIONE…».
Per Nelli si trattava di «frasi sconclusionate, sgrammaticate e intrise di umorismo cameratesco», ovvero «i classici sfottò tra alunni». A incuriosire gli investigatori era stata la doppia provocazione scritta da qualche compagno: «Emanuela sora», da intendere come «suora», e «amante di G.P. II».
I 40 deputati e senatori della Commissione hanno più volte interrogato i testimoni, soprattutto le amiche e le compagne, per capire se Emanuela avesse avuto contatti o ricevuto attenzioni da personalità ecclesiastiche. È probabilmente sulle stesse annotazioni che intendono chiedere delucidazioni alla docente, già ascoltata all’epoca per chiarirne la portata.
Il Sisde, il servizio segreto civile, aveva registrato la spiegazione dell’insegnante in una nota del 30 luglio 1983: «Anche la professoressa di francese dell’istituto confermò che nella classe di Emanuela Orlandi era cosa ricorrente fra gli studenti scrivere frasi goliardiche e scherzose sui diari dei compagni».
