Il 49% degli elettori del Regno Unito sostiene il rientro nell’Unione europea, secondo una rilevazione di Messina Group (TMG) condotta tra il 12 e il 24 settembre; i contrari sono il 28,5%.
L’indicazione arriva mentre Andy Burnham ha dichiarato alla BBC che un futuro programma laburista potrebbe contemplare un nuovo referendum; per TMG, una proposta del genere potrebbe ampliare fino a sette punti percentuali il bacino elettorale del partito. Emmanuel Macron e Pedro Sánchez sono pronti a riaccogliere il Regno Unito nell’Unione europea.
Le opzioni in campo per il rapporto con l’Unione europea
La ricerca ha coinvolto 11.461 persone, con un campione ponderato in base all’esito del referendum del 2016. Agli intervistati sono state sottoposte sette alternative di relazione con Bruxelles: il rientro a pieno titolo risulta la soluzione con più consensi.
Tra le opzioni intermedie, il mantenimento dell’attuale quadro con una riduzione delle barriere commerciali raccoglie il 48,2% di favorevoli e il 20,9% di contrari. L’unione doganale è sostenuta dal 47,1% e respinta dal 20,7%. L’adesione al mercato unico ottiene il 45,1% di consensi, mentre l’ingresso come membro associato è al 45,5%. Il mantenimento dell’attuale rapporto, senza ulteriori cambiamenti, convince il 42% del campione. Un ulteriore allontanamento dall’Unione è sostenuto dal 27,9% e bocciato dal 41,2%.
La Brexit viene giudicata una scelta sbagliata dal 52,4% degli intervistati e giusta dal 29,7%; il 17,9% non esprime un’opinione. Alla domanda sul bilancio complessivo, il 54,9% definisce l’esito un «fallimento», il 12,2% un «successo», il 23,2% «né l’uno né l’altro»; il 9,7% non sa rispondere. Oltre due terzi considerano i rapporti commerciali con l’Unione europea più importanti di quelli con Stati Uniti o Cina, qualora si dovesse scegliere tra i partner, pur riconoscendo che gli argomenti legati a controllo dell’immigrazione e sovranità restano rilevanti per una parte dell’opinione pubblica.
Tempi e strumenti per un eventuale rientro
Sui tempi di una riapertura verso Bruxelles, il gruppo più numeroso, pari al 25,9%, vorrebbe rientrare immediatamente. Il 22,9% indica l’orizzonte dei prossimi tre anni, l’8,4% quello del prossimo decennio. Il 23% non desidera affatto un rapporto più stretto.
Quasi un terzo del campione ritiene necessario prima un referendum sulla permanenza o sull’uscita. Per più di un elettore su sei basterebbe un mandato ottenuto alle elezioni politiche; la stessa proporzione affiderebbe la decisione al Parlamento. Nel quadro politico interno, TMG stima che l’ipotesi di un nuovo referendum potrebbe tradursi per i laburisti in un potenziale guadagno fino a sette punti.
Il dibattito nel governo Burnham
Secondo The Guardian, alcuni ministri, preoccupati di riaprire le divisioni, hanno chiesto a Andy Burnham di procedere con cautela. Altri, anche a Downing Street, vorrebbero promettere già alle prossime elezioni almeno l’avvio di negoziati con l’Unione europea.
Due terzi dei ministri rappresentano collegi favorevoli alla Brexit: tra questi Burnham, la prima segretaria Louise Haigh, il cancelliere dello Scacchiere John Healey e il ministro degli Esteri Ed Miliband. In passato avevano dichiarato che avrebbero rispettato il risultato del referendum del 2016. La strategia di Downing Street sembra oggi concentrarsi sulle promesse avanzate dai sostenitori dell’uscita e poi disattese, evitando di attribuire colpe agli elettori.
Un ministro ha dichiarato al Guardian che «le promesse fatte non sono state mantenute»: Burnham farebbe bene a riaprire la questione, ma dovrebbe evitare nuove divisioni. Un secondo ministro condivide la richiesta di chiarezza sul rapporto futuro e considera la cooperazione nella sicurezza e nel commercio più importante di dieci anni fa; dubita però del desiderio di un cambiamento radicale e prevede prudenza tra i propri elettori.
Un terzo ministro ha riconosciuto opinioni diverse nel governo, sostenendo che l’agenda «Made in Europe» impone un confronto sul rapporto futuro, anche alla luce di proposte europee molto impegnative. Un’altra voce governativa ha richiamato la varietà delle sensibilità nei collegi favorevoli all’uscita e la necessità di presentare gli argomenti con attenzione, mettendo al centro l’interesse nazionale.
Una quinta voce governativa ha espresso dubbi sull’opzione migliore, sui termini di un eventuale rientro e sulla capacità della scelta di risolvere i problemi quotidiani; ha però sostenuto che, nel contesto globale, non si possa iniziare ad affrontarli senza un rapporto più stretto con l’Unione europea.
