La condanna a quattro anni di Irene Pivetti per evasione fiscale e riciclaggio è stata annullata, con rinvio dalla Cassazione il 9 luglio, con un nuovo processo d’appello a Milano. Nelle motivazioni, la Suprema Corte ha definito «viziata» la motivazione dei giudici, contestando la valutazione dei documenti difensivi e delle dichiarazioni di un testimone.
Il procedimento riguarda una presunta finta compravendita di tre Ferrari Granturismo, nel 2016, al gruppo cinese Daohe. L’ex presidente della Camera era stata condannata a quattro anni sia in primo sia in secondo grado. La decisione della Cassazione dispone ora un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello.
La Cassazione sul processo Irene Pivetti
Il punto indicato dalla Suprema Corte riguarda il rapporto tra gli elementi presentati dalla difesa e quelli valorizzati a sostegno della condanna. La motivazione, scrivono i giudici, «ha svalutato il contenuto dei documenti prodotti dalla difesa e valorizzato le dichiarazioni» di un teste, senza spiegare adeguatamente la verifica compiuta sulla loro attendibilità.
La Cassazione ha contestato, in particolare, che questo sia avvenuto «senza dar conto, ancora una volta, dell’effettivo vaglio di attendibilità delle stesse». La censura investe dunque il ragionamento con cui sono state valutate quelle dichiarazioni e il peso riconosciuto alla documentazione presentata dai difensori.
Un altro rilievo riguarda le «deduzioni difensive, reiterate anche in appello», che la motivazione non ha affrontato. Sono questi i passaggi con cui la Suprema Corte ha spiegato l’annullamento con rinvio: il procedimento torna al giudizio d’appello, dopo le condanne pronunciate nei primi due gradi.
La reazione di Pivetti e del suo avvocato
«Sono grata ai giudici della Cassazione perché hanno letto le carte», ha dichiarato Pivetti, aggiungendo di essere grata al proprio avvocato, «che ha avuto più fiducia nella giustizia di me». L’ex presidente della Camera ha poi commentato: «Finalmente un collegio giudicante che si basa sui documenti. E il loro giudizio è chiaro: le accuse contro di me sono viziate da “illogicità manifesta … che disarticola l’ossatura del ragionamento probatorio”».
Pivetti ha richiamato anche il passaggio delle motivazioni che parla di «un ragionamento probatorio instabile, privo di congruenza logica». A questa citazione ha fatto seguire la propria lettura della decisione: «Tradotto in linguaggio corrente: le accuse contro di me non stanno in piedi. Nessuno mi chiederà scusa per tutto quello che la mia famiglia ed io abbiamo sofferto, ma è bello vedere che a qualcuno ancora interessa la verità».
Il suo legale, l’avvocato Filippo Cocco, si è detto «pienamente soddisfatto della sentenza, che credo abbia centrato il tema cogliendo il valore delle nostre argomentazioni difensive». Il prossimo passaggio sarà il processo d’appello bis disposto a Milano. «Adesso attendiamo fiduciosi il nuovo giudizio in Corte di Appello», ha concluso Cocco.
