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Caso Regeni, Palazzo Chigi smentisce Mada Masr sui contatti con l’Egitto prima della sentenza

Mada Masr riferisce di un tentativo di trovare una "via d'uscita legale"; per la presidenza del Consiglio l'ultimo contatto Meloni-al-Sisi è del 23 luglio

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Breve cronaca dei rapporti tra Italia ed Egitto dopo il caso #Regeni Dopo il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni nel 2016, si è aperta una crisi vera e propria tra Roma e Il Cairo. All’epoca l’Italia richiamò l’ambasciatore Maurizio Massari per protesta contro la scarsa collaborazione egiziana e i depistaggi. Nel 2017, sotto Gentiloni, l’ambasciatore è stato reinviato dopo alcuni passi (consegna di tabulati) ritenuti sufficienti per ripristinare il livello diplomatico. La normalizzazione è proseguita sotto Conte e Draghi: con loro sono riprese le visite di alto livello, la cooperazione militare ed economica (vendita di fregate FREMM, rapporti Eni, interscambio commerciale in crescita), mentre sul piano giudiziario l’Egitto ha continuato a frapporre ostacoli come il rifiuto di fornire indirizzi degli indagati e, dunque, l’impossibilità di notificare gli atti. Il processo italiano è rimasto a lungo sospeso. La linea ufficiale è rimasta quella della “doppia pista”: pressione per la verità e giustizia, ma senza interrompere i rapporti strategici su energia, migrazioni, stabilità regionale (Libia, Gaza) e industria della difesa. In pratica la ‘crisi’ diplomatica è stata superata per realpolitik, non perché l’Egitto avesse fornito piena collaborazione giudiziaria. I rapporti economici e militari ripresero slancio già dal 2017-2018 e si intensificarono ulteriormente dopo il 2022. Il governo Draghi, come quello attuale, privilegiò gli interessi nazionali (sicurezza energetica in primis) pur mantenendo formalmente la richiesta di verità sul caso Regeni. Oggi, dopo la sentenza di primo grado del settembre 2026 che ha condannato in contumacia tre ufficiali dei servizi egiziani per sequestro e torture, la posizione ufficiale italiana distingue tra responsabilità individuali e rapporti di Stato, per evitare una nuova rottura. La famiglia Regeni e parte dell’opposizione denunciano invece la contraddizione tra condanne e prosecuzione della cooperazione militare ed economica. | @LeonhardHahn

Breve cronaca dei rapporti tra Italia ed Egitto dopo il caso #Regeni Dopo il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni nel 2016, si è aperta una crisi vera e propria tra Roma e Il Cairo. All’epoca l’Italia richiamò l’ambasciatore Maurizio Massari per protesta contro la scarsa collaborazione egiziana e i depistaggi. Nel 2017, sotto Gentiloni, l’ambasciatore è stato reinviato dopo alcuni passi (consegna di tabulati) ritenuti sufficienti per ripristinare il livello diplomatico. La normalizzazione è proseguita sotto Conte e Draghi: con loro sono riprese le visite di alto livello, la cooperazione militare ed economica (vendita di fregate FREMM, rapporti Eni, interscambio commerciale in crescita), mentre sul piano giudiziario l’Egitto ha continuato a frapporre ostacoli come il rifiuto di fornire indirizzi degli indagati e, dunque, l’impossibilità di notificare gli atti. Il processo italiano è rimasto a lungo sospeso. La linea ufficiale è rimasta quella della “doppia pista”: pressione per la verità e giustizia, ma senza interrompere i rapporti strategici su energia, migrazioni, stabilità regionale (Libia, Gaza) e industria della difesa. In pratica la ‘crisi’ diplomatica è stata superata per realpolitik, non perché l’Egitto avesse fornito piena collaborazione giudiziaria. I rapporti economici e militari ripresero slancio già dal 2017-2018 e si intensificarono ulteriormente dopo il 2022. Il governo Draghi, come quello attuale, privilegiò gli interessi nazionali (sicurezza energetica in primis) pur mantenendo formalmente la richiesta di verità sul caso Regeni. Oggi, dopo la sentenza di primo grado del settembre 2026 che ha condannato in contumacia tre ufficiali dei servizi egiziani per sequestro e torture, la posizione ufficiale italiana distingue tra responsabilità individuali e rapporti di Stato, per evitare una nuova rottura. La famiglia Regeni e parte dell’opposizione denunciano invece la contraddizione tra condanne e prosecuzione della cooperazione militare ed economica. | @LeonhardHahn

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

L’Egitto non intende reagire alla sentenza sul caso Giulio Regeni pronunciata dalla Corte d’Assise di Roma. A sostenerlo è una fonte diplomatica egiziana, rimasta anonima, citata dal quotidiano Al Sharq Al Awsat. Secondo la fonte, Il Cairo “non ha seguito lo svolgimento del processo” e, di conseguenza, “non reagirà” alla decisione dei giudici italiani.

La posizione arriva nelle stesse ore in cui un’altra ricostruzione proveniente dall’Egitto apre un nuovo fronte nei rapporti con Roma. Il sito indipendente Mada Masr, citando una fonte governativa, sostiene infatti che prima della sentenza ci sarebbe stata una telefonata tra responsabili italiani ed egiziani di alto livello per cercare una soluzione sul piano legale. Una versione che Palazzo Chigi ha smentito categoricamente, definendola “falsa”.

L’Egitto: “Non reagiremo alla sentenza”

La fonte diplomatica citata da Al Sharq Al Awsat valuta positivamente alcuni elementi della decisione della Corte d’Assise di Roma, sottolineando innanzitutto che la sentenza riguarda singoli funzionari e non le istituzioni dello Stato egiziano.

La Corte ha condannato tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani a dieci anni di reclusione per il sequestro aggravato di Giulio Regeni, mentre ha assolto il quarto imputato. Non sono invece arrivate condanne per l’omicidio del ricercatore italiano.

Proprio su quest’ultimo punto si concentra la lettura fornita dalla fonte diplomatica egiziana, secondo cui l’esclusione dell’accusa di omicidio smentirebbe anche le accuse di tortura avanzate negli anni. Si tratta, tuttavia, dell’interpretazione attribuita alla fonte egiziana e non di un’affermazione contenuta, nei termini riportati, nella decisione della Corte.

Il tema delle torture ha avuto infatti un ruolo centrale nella ricostruzione giudiziaria del caso. Durante il processo la Procura di Roma aveva sostenuto che Regeni fosse stato sottoposto a reiterate torture durante la sua detenzione, chiedendo di accertare le responsabilità degli appartenenti alla National Security egiziana.

Mada Masr parla di contatti tra Italia ed Egitto

Parallelamente, Mada Masr ha riportato un’altra versione destinata a pesare sul piano diplomatico. Citando una fonte governativa, il sito egiziano indipendente sostiene che prima della pronuncia della sentenza ci sarebbe stata una telefonata tra responsabili egiziani e italiani di alto livello.

L’obiettivo, secondo la ricostruzione, sarebbe stato quello di trovare “una via d’uscita legale in linea con la natura delle relazioni tra i due Paesi”. Il sito non indica però l’identità delle persone che avrebbero preso parte alla conversazione.

Da Roma è arrivata una smentita immediata. Fonti di Palazzo Chigi hanno definito la notizia “falsa”, negando categoricamente la ricostruzione. La presidenza del Consiglio ha inoltre ricordato che l’ultimo contatto tra la premier Giorgia Meloni e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi risale al 23 luglio, in occasione della festa nazionale egiziana.

Il caso Regeni e i rapporti tra Roma e Il Cairo

Le dichiarazioni arrivano all’indomani di una sentenza che rappresenta un passaggio importante in una vicenda giudiziaria e diplomatica iniziata oltre dieci anni fa.

Giulio Regeni, ricercatore italiano e dottorando dell’Università di Cambridge, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio successivo lungo la strada tra il Cairo e Alessandria, con numerose lesioni.

Negli anni il rapporto tra le autorità giudiziarie italiane ed egiziane è stato segnato da forti difficoltà. Durante la requisitoria del processo, la Procura di Roma ha ricostruito numerose richieste di collaborazione rimaste senza risposta e ha sostenuto che una cooperazione piena avrebbe consentito di ricostruire in maniera ancora più completa quanto accaduto.

Ora, dopo la sentenza, Roma e Il Cairo mostrano letture profondamente differenti della vicenda. Da una parte la fonte diplomatica egiziana sostiene che il Paese non intenda reagire al verdetto; dall’altra resta la smentita italiana sull’esistenza di contatti preventivi per trovare una soluzione legale. Due elementi che riportano il caso Regeni anche sul terreno dei delicati rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto.

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