Un servizio nazionale gratuito di assistenza sociale finanziato da una revisione del meccanismo di rivalutazione delle pensioni: è la direttrice tracciata da Andy Burnham nel suo primo intervento da primo ministro al congresso Labour di Liverpool. Il capo del governo ha riportato il dibattito su un terreno personale, evocando l’esperienza del padre Roy nel sistema assistenziale: “Il Regno Unito che mio padre rappresentava è quello in cui credo”. E ha aggiunto senza giri di parole: “Questo paese non è dove ciascuno di noi vorrebbe che fosse”.
Nel quadro di quella che ha definito una «nuova Gran Bretagna», Burnham ha inserito anche la proprietà pubblica per acqua, abitazioni ed energia, un riesame dei rapporti con l’Unione europea e un cambio del sistema elettorale. La platea ha reagito con calore: si contano almeno cinque ovazioni in piedi. D’altra parte, il premier ha riconosciuto che la rotta scelta comporta scelte costose politicamente e ha chiesto al partito di sostenerlo nella fase di atterraggio delle misure.
Le pensioni finanzieranno il servizio di assistenza
Il perno della riforma sta nella modifica della cosiddetta garanzia che oggi aggancia gli aumenti annui degli assegni non solo all’inflazione ma anche alla crescita delle retribuzioni. Dal 2030, se il piano sarà approvato, le pensioni statali verranno rivalutate in base al tasso d’inflazione oppure del 2,5%, scegliendo il valore più alto. Sparirebbe così l’elemento che lega automaticamente l’adeguamento all’andamento medio dei salari. Il nuovo servizio assistenziale, ha spiegato Burnham, replicherà i principi di accesso del NHS, il servizio sanitario nazionale, rendendo l’assistenza disponibile gratuitamente al punto d’uso.
“So che pagheremo un prezzo politico”, ha ammesso. “Qualcuno deve superare la soglia del dolore e strappare il cerotto”. E ancora: “Questo cambiamento genererà risparmi significativi che useremo per sviluppare il nostro servizio nazionale di assistenza”. La cornice è chiara; la traiettoria, però, richiede tempi medio-lunghi.
I funzionari stimano risparmi fino a 15 miliardi di sterline l’anno entro il 2040. Non tutti, però, condividono l’idea che la leva possa finanziare da sola l’intero disegno in tempi brevi. Jonathan Cribb, vicedirettore dell’Institute for Fiscal Studies, ha osservato che i risparmi saranno “probabilmente relativamente modesti nei primi anni, ma cresceranno notevolmente nel tempo”. In altre parole: “Non dovremmo aspettarci che questa riforma produca risparmi sufficienti a finanziare un’assistenza sociale universale nella prossima legislatura”. Un caveat che introduce una dose di realismo su tempi e platea dei benefici previsti.
Le critiche dell’opposizione e del sindacato Unite
Il fronte politico e sindacale si è subito mosso. Nigel Farage, alla guida di Reform UK, ha accusato il premier di “lanciare un’offensiva contro i nostri anziani”. Per i conservatori, la leader Kemi Badenoch ha attaccato su un altro registro: secondo lei Burnham “vuole riportare la Gran Bretagna agli anni Settanta: un periodo di maggiore controllo del governo, maggiore controllo dei sindacati e nessuna crescita economica”.
Badenoch ha rincarato: “Nulla di ciò che Burnham ha annunciato oggi contribuirà a risolvere i problemi di lungo periodo della Gran Bretagna. Non aveva un piano per risanare la nostra economia stagnante. Nessun piano per finanziare la difesa. Nessun piano per affrontare la spesa sociale fuori controllo, oltre ad altri programmi governativi”. Al tempo stesso, dalle fila sindacali è arrivata una riserva di merito: Sharon Graham, segretaria generale di Unite, ha giudicato sbagliato “agire su una leva» della garanzia pensionistica. “Attingere alle tasche dei pensionati prima di rivolgersi ai super ricchi è sbagliato”, ha detto, mettendo in fila le priorità viste da una delle maggiori sigle del lavoro.
Non sono mancate, tuttavia, voci favorevoli. L’economista Jim O’Neill, che ha affiancato Burnham nella preparazione all’ingresso a Downing Street, ha parlato di un segnale atteso: “Abbiamo un primo ministro che vuole guidare”. Anche diversi ministri, stanchi dei «piccoli aggiustamenti» della stagione precedente, hanno espresso soddisfazione per “la direzione chiara e l’ambizione», spiegando che il tono del discorso «ha semplicemente risollevato l’umore dell’intero partito”. Un esponente di primo piano ha sintetizzato così: “Si può non essere d’accordo su tutto, ma almeno sappiamo che cosa vuole fare e dove vuole portarci”.
Le opzioni sui rapporti con l’Unione europea
Burnham ha poi riaperto un dossier che resta divisivo: il rapporto con Bruxelles. Nella sua valutazione, la Brexit «ha fatto più male che bene». Da qui l’impegno a presentare entro la fine dell’anno alcune “opzioni” per definire la “relazione di lungo periodo” con l’Unione europea, lasciando intendere che anche un rientro potrebbe essere discusso. “La Brexit non ci ha dato il controllo. Abbiamo perso parte del controllo che avevamo sulla nostra economia, perché un decennio di bassa crescita ci ha indeboliti. E abbiamo perso parte del controllo sull’immigrazione”, ha affermato, collegando la dinamica economica alle scelte istituzionali degli ultimi anni.
Detto questo, il programma Labour del 2024 non cambia per ora i paletti: nessun ritorno nel mercato unico, nell’unione doganale o alla libera circolazione. Un equilibrio complesso tra segnali politici e vincoli di mandato, che apre a un confronto interno destinato a proseguire nelle prossime settimane.
Una commissione per cambiare il sistema elettorale
Capitolo istituzioni. Il governo intende costituire una commissione nazionale sulla riforma elettorale con l’obiettivo di arrivare alle prossime elezioni con una proposta per superare il sistema maggioritario uninominale in vigore a Westminster. La ragione, per il premier, è evitare che «la porta del numero 10» si apra a “un governo divisivo con meno del 30% dei voti». L’obiettivo dichiarato: un sistema «in cui ogni voto conti e ogni voce venga ascoltata”.
La platea del congresso ha reagito in modo generalmente favorevole, ma nel governo non tutti mettono la questione al primo posto. La ministra per le Competenze, la baronessa Jacqui Smith, ha commentato con franchezza: «La riforma elettorale non è in cima alla mia lista di priorità. Buona fortuna alla commissione. Sarò interessata a vedere quali risultati produrrà».
La proprietà pubblica e i poteri dei comuni
Guardando alle riforme strutturali, Burnham ha individuato nella traiettoria inaugurata negli anni Ottanta da Margaret Thatcher — deindustrializzazione, deregolamentazione, privatizzazioni, austerità, uscita dall’Unione europea — un fattore che, a suo avviso, ha spostato l’ago della bussola verso interessi particolari. Da qui l’intenzione di riportare nella sfera pubblica ambiti considerati essenziali e di rafforzare gli strumenti delle amministrazioni locali.
Nel concreto, il premier ha prospettato nuovi poteri ai comuni per obbligare i proprietari di immobili in affitto e di case vuote a vendere, se necessario. Sul lato delle infrastrutture idriche, ha annunciato una legge per cancellare quello che ha definito un «divieto ideologico di Margaret Thatcher sulla proprietà pubblica delle società idriche», incassando un’altra ovazione. L’idea è di aumentare il controllo pubblico sull’acqua nell’arco di un decennio: più poteri ai sindaci per chiedere conto dell’operato delle aziende e sanzioni più severe per chi risulta ripetutamente inadempiente.
Il cantiere, insomma, è vasto. Tra riforma delle pensioni, ridefinizione dei rapporti con l’Europa, revisione del sistema elettorale e ritorno di quote di proprietà pubblica, la mappa delle priorità è stata scolpita in modo esplicito. Resta ora da tradurre gli annunci in provvedimenti e calendarizzare i passaggi, con un primo banco di prova già fissato: la presentazione delle opzioni europee entro l’anno e, sul fronte interno, l’avvio del percorso legislativo per il nuovo servizio di assistenza e per la legge sull’acqua, con un orizzonte di implementazione di circa dieci anni.
