I limiti ai prezzi decisi da Eni e i tagli indicati da Socar-Ip sono entrati in vigore ieri, con una copertura diversa dalle misure adottate negli ultimi mesi dal governo Meloni. Le iniziative delle compagnie interessano circa un distributore su sei: una parte ampia della rete resta quindi esclusa. Gli sconti sui carburanti voluti dal governo valevano invece per tutti i distributori, ciascuno dei quali stabiliva poi il proprio prezzo, con differenze anche significative. Sul diesel queste riduzioni restano in vigore fino al 5 ottobre.
Chi sostiene il costo delle riduzioni sui carburanti
La differenza non riguarda soltanto il numero delle stazioni coinvolte. Cambia anche chi sostiene il costo dello sconto: le nuove riduzioni sono una decisione delle singole compagnie petrolifere, Eni e Ip. Questo, però, non significa che lo Stato non rinunci a una parte delle entrate.
Nel caso dello sconto sul diesel applicato da Eni nella grande maggioranza dei suoi distributori, la compagnia registra un minore introito di 16,4 centesimi al litro. Per lo Stato, invece, il mancato incasso dell’Iva è pari a 3,6 centesimi al litro.
Il meccanismo dipende dal calcolo dell’imposta: se diminuisce il prezzo complessivo del bene, si riduce anche l’entrata derivante da una tassa applicata in percentuale sul costo totale.
Gli incassi dello Stato e l’andamento dei consumi
Gli incassi statali sulla benzina restano comunque superiori a quelli precedenti alla guerra in Iran. Prima del conflitto, lo Stato incassava 93 centesimi per litro. Oggi ne incassa 99 centesimi presso un distributore Eni o Ip, mentre negli altri distributori la cifra arriva a 1,02 euro.
Sulle entrate legate alla vendita dei carburanti può incidere anche il calo dei consumi, registrato però soltanto per il gasolio. Tra gennaio e agosto 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, il consumo di diesel è diminuito del 4,3%, mentre quello di benzina è aumentato del 4,8%.
