“Vogliamo evitare che ci sia l’Alabama degli anni ’50, dove c’erano le scuole per i neri e le scuole per i bianchi“. Lo ha detto il ministro dell’Istruzione a margine della sua visita alle scuole Faes di Milano, difendendo il decreto Scuola e il tetto del 30% per gli studenti stranieri previsto nelle classi prime. Valditara ha respinto le critiche rivolte al provvedimento, sostenendo che il testo abbia l’obiettivo opposto rispetto a quello che gli viene contestato: favorire l’integrazione ed evitare la formazione di quelle che il governo definisce “classi ghetto”.
Valditara: “Interlocuzione con il Quirinale molto positiva”
“Non vedo alcun problema, visto che l’interlocuzione è stata molto positiva”, ha dichiarato riferendosi al confronto con il Quirinale sul decreto Scuola. Valditara ha poi ridimensionato la portata delle modifiche apportate alla bozza originaria: “Ho letto sui giornali ricostruzioni molto fantasiose, le modifiche sono state oggettivamente molto marginali”.
Prima che un decreto-legge arrivi alla firma del presidente della Repubblica, infatti, possono esserci interlocuzioni tra gli uffici della Presidenza della Repubblica e quelli del governo sul testo, durante le quali vengono esaminati eventuali profili di carattere costituzionale, giuridico o tecnico e possono essere formulate osservazioni. “È un testo molto equilibrato che favorisce l’integrazione, l’abbiamo detto da subito”, ha concluso Valditara.
Decreto Scuola, cosa prevede il tetto del 30%
Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre 2026, introduce dall’anno scolastico 2027/2028 nuovi criteri per la formazione delle classi prime. Il limite non riguarda indistintamente tutti gli studenti senza cittadinanza italiana. Nella scuola primaria vengono conteggiati gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle medie e nelle superiori, invece, il criterio riguarda chi non ha frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema scolastico italiano.
Se una scuola supera il limite, gli studenti eccedenti dovranno essere inseriti, attraverso il coordinamento degli uffici scolastici, in altri istituti del territorio. Valditara ha precisato che dovranno comunque essere scuole vicine: “Il ragazzino non può andare a 20 chilometri di distanza“. Nei territori in cui non fosse possibile rispettare il limite è previsto invece un fondo che, dal 2028, supera i 14 milioni di euro l’anno per il potenziamento delle competenze linguistiche.
Quanti studenti saranno realmente coinvolti
È proprio sui numeri che la portata della misura diventa più difficile da definire. Valditara ha indicato in 34mila le classi che oggi superano il 30% di studenti stranieri, precisando però che da questa cifra dovranno essere esclusi i ragazzi che conoscono già adeguatamente l’italiano e quelli che hanno frequentato per un periodo sufficiente la scuola italiana. Lo stesso ministro ha ammesso che al momento non è possibile stabilire quanti studenti rientreranno effettivamente nei nuovi criteri.
Gli ultimi dati dettagliati pubblicati dal ministero, relativi all’anno scolastico 2022/2023, aiutano però a delimitare il fenomeno. Il 7,6% delle classi statali superava il 30% di studenti con cittadinanza non italiana. Considerando esclusivamente quelli nati all’estero, la quota scendeva allo 0,6%. Il dato non equivale al numero di alunni che non conoscono l’italiano – nascere all’estero non significa necessariamente avere difficoltà linguistiche – ma mostra quanto il fenomeno si restringa quando vengono escluse le seconde generazioni.
L’integrazione e la scuola di prossimità
Il punto più delicato riguarda quindi come verranno redistribuiti gli studenti che superano la soglia. L’obiettivo dichiarato dal governo è evitare concentrazioni che possano rendere più difficile l’apprendimento dell’italiano, ma il rischio sollevato dai dirigenti scolastici, dalle opposizioni e dalle associazioni è invece che, soprattutto nei quartieri con una forte presenza di famiglie straniere, il limite finisca per separare alcuni bambini dai compagni e dalla scuola più vicina alla propria abitazione, contribuendo all’isolamento abitativo e scolastico delle fasce più fragili della popolazione.
