Tre big dell’intelligenza artificiale — Anthropic, OpenAI e SpaceXAI — hanno chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati. La mossa, avanzata negli ultimi giorni, ha trovato la netta opposizione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Per Dario Amodei (Anthropic) la curva dei progressi resta «esponenziale» e, senza un freno, entro un anno potremmo vedere uno sciame di agenti in grado di tentare il controllo dell’intero Internet.
Trump e Cina tra AI e iniziativa Brics per vincere tutto
Trump ha legato la partita dell’IA al confronto con Pechino. Ha rivendicato la leadership tecnologica americana e l’ha sintetizzata così: «Chi vince la sfida dell’IA, vince tutto». Ha persino rivendicato la paternità del motto: «L’ho coniata io ed è vera, chi vince prende tutto». Il presidente ammette margini per salvaguardie, ma accusa «molte forze negative» di agitare timori su eventi che, a suo giudizio, non si verificheranno.
Su Truth è tornato a colpire. Ha scritto che l’unico vero argine sarebbe un presidente «forte, intelligente e con un QI elevato», qualità che si è attribuito. Ha sostenuto che la sua amministrazione abbia impedito azioni dannose o potenzialmente tali riferite a figure dell’IA, citando Amodei e definendolo un «angioletto perfetto». E ha parlato di una «cospirazione malata» contro l’IA e i centri di elaborazione dati, utile solo alla Cina, con un avvertimento ai teorici del complotto. In altre parole, nessun freno dall’alto sullo sviluppo: la risposta, per Trump, è l’affermazione della supremazia americana.
In parallelo, da Pechino arriva una proposta che va in direzione opposta sul piano della cooperazione. La Cina ha messo sul tavolo la creazione di una zona a codice aperto per l’IA destinata ai Paesi Brics. Al vertice di Nuova Delhi, il presidente Xi Jinping ha detto di voler guidare l’iniziativa e di voler sostenere collaborazioni sui grandi modelli linguistici, includendo programmi di ricerca e formazione specialistica per gli Stati del gruppo. Un progetto presentato come inclusivo, che punta a condividere risorse e competenze.
Opportunità economiche e allarme sulla bolla
La trasformazione del lavoro e dei processi aziendali è già in moto, osserva il World Economic Forum. Nell’analisi pubblicata in questi giorni, l’organismo descrive un impatto capillare sull’economia globale, con promesse concrete: maggiore produttività, innovazione più rapida, nuove traiettorie di crescita per imprese e investitori. C’è però una condizione esplicita: la capacità di cogliere queste opportunità dipenderà dalla gestione degli effetti su lavoratori e comunità da parte di governi e aziende. «Sfruttare queste opportunità non è solo una questione tecnologica, ma anche una sociale».
Non tutti, però, leggono la corsa dell’IA con lo stesso entusiasmo. Roberto Setola, direttore del master in gestione della sicurezza informatica dell’Università Campus Biomedico di Roma, ritiene che il settore sia vicino a una bolla economica. I grandi operatori, dopo investimenti massicci, vedrebbero segnali di rientri in flessione; il pressing per rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti rientrerebbe dunque, almeno in parte, in una strategia commerciale per raffreddare le aspettative e riposizionare i capitali. Una lettura che introduce un elemento di frizione nel dibattito.
D’altra parte, per Setola il profilo di rischio non è astratto. L’IA è una tecnologia che si autoalimenta, e gli attuali sistemi — afferma — sono ormai capaci di aggirare i vincoli di sicurezza impostati dai programmatori. Da qui la richiesta di un rallentamento accompagnato da controlli più stringenti, non per frenare la ricerca in sé, ma per canalizzarla entro confini verificabili.
Acqua, energia e il rischio di un ritorno al carbone
L’infrastruttura conta quanto gli algoritmi. I data center che sostengono l’IA richiedono grandi quantità di elettricità e molta acqua per il raffreddamento: lo ha spiegato a Forbes un esperto della Virginia Tech University. Il loro consumo energetico è già notevole e continua a crescere, con ricadute prevedibili sull’ambiente e sul clima. La corsa all’IA, insomma, si traduce anche in domanda fisica di risorse.
Setola invita a soppesare con attenzione gli effetti geopolitici e ambientali di questa domanda. E qui emerge un secondo problema, meno visibile ma concreto: la distribuzione delle risorse. I Paesi ricchi di gas e energia oggi tendono a vendere le scorte ai centri di elaborazione dati, pronti a pagare prezzi più alti. La scelta avviene a scapito di altri acquirenti, soprattutto dei Paesi meno sviluppati, costretti a competere per le medesime forniture.
La conseguenza, secondo l’esperto, rischia di essere controintuitiva e pesante: un ritorno al carbone da parte dei Paesi che restano esclusi dalle forniture più pregiate, con ulteriori danni ambientali. In ultima analisi, la competizione per l’energia destinata alle infrastrutture dell’IA non solo alza l’asticella dei costi, ma finisce per allargare il divario già marcato tra economie ricche e meno sviluppate. È questo il punto su cui Setola chiede di concentrare l’attenzione, mentre la discussione sul «rallentamento» divide governi e aziende.
