I dati raccontano di una sofferenza maschile che fa fatica a manifestarsi, schiacciata dallo stigma di dover mostrare sempre forza e invulnerabilità. Nel dibattito pubblico si tende spesso a separare la salute mentale degli uomini dalla questione della violenza sulle donne.
In questo intervento, il Dottor Damiano Rizzi, psicologo, psicoterapeuta e autore del libro “Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per disarmare la violenza”, analizza come il modello patriarcale agisca su entrambi i fronti: da un lato impedendo agli uomini di accedere alla cura della propria fragilità, dall’altro fornendo loro i codici culturali di controllo e possesso che rischiano di trasformare quella sofferenza in prevaricazione.
Dottore, di fronte a casi drammatici come l’assassinio di Lorena Isceri, assistiamo al solito schema: da un lato l’uomo descritto come ‘insospettabile’ o ‘tranquillo’, dall’altro un’escalation di controllo e gelosia sfociata nella tragedia quando lei ha deciso di chiudere la relazione. Lei ribalta del tutto la retorica del raptus affermando che la ‘violenza agita è stata prima addestrata’. Che cosa intende quando dice che questa violenza viene addestrata nella quotidianità prima di esplodere?
Quando parliamo di patriarcato parliamo di un sistema enorme che assegna ruoli rigidi in base al sesso. Agli uomini spetta l’egemonia, l’autosufficienza, il dover essere forti e il dominare le emozioni; alle donne spetta l’obbedienza. Addestrare alla violenza significa costruire quotidianamente un sistema all’interno del quale il possesso viene legittimato come una forma d’amore. In questo contesto, quando una donna decide di interrompere una relazione, l’uomo si sente come qualcuno a cui era dovuto qualcosa e vive la scelta di lei come la privazione di un suo diritto. In qualche modo tutti gli esercizi di controllo maschile nei confronti delle donne diventano “carattere”, tanto che si parla oggi di patriarcato mediterraneo come una forma di possesso mascherato da protezione. Un contesto educativo che continua ad addestrare la violenza.
Nei dati ISTAT e ISS che lei cita emerge un disagio maschile enorme tra suicidi e dipendenze, ma pochissime richieste di aiuto. Perché sostiene che è il patriarcato stesso a impedire la cura degli uomini?
I dati dimostrano in maniera chiara che gli uomini hanno tassi di suicidio e di abuso di alcol o sostanze quattro volte superiori rispetto alle donne. Tuttavia chiedono meno aiuto, condizionati dal mito dell’autosufficienza e della forza maschile: il mito dell’uomo che non deve chiedere mai. Le donne registrano forme più alte di ansia e depressione con sintomi internalizzati, ma l’esternalizzazione del sintomo maschile porta gli uomini a stare male in un contesto in cui chiedono meno supporto e abbandonano più frequentemente le terapie. Nei miei incontri di terapia online, ad esempio, la componente maschile è quasi nulla. Sono state le donne a leggere la maggior parte dei libri e a promuovere i mutamenti culturali nel Paese attraverso il movimento femminista. Oggi, quando in Italia si parla di diritti, di inclusione per i migranti, di femminismo o di contrasto al femminicidio, c’è una componente di uomini un po’ nostalgici, legata a uno slogan come “prima gli italiani” , che si sente esclusa. Questo non fa che alimentare la spaccatura e la separazione tra il sesso femminile e quello maschile. Molti uomini vivono questi movimenti di emancipazione come un’ideologia giudicante o una minaccia diretta, provando un forte senso di emasculazione di fronte all’allargamento dei diritti. Di fronte a questo star male, i primi a essere vittime di queste regole rigide e del patriarcato sono gli uomini stessi, in particolare coloro che presentano menti rigide. Clinicamente la rigidità è un primo segnale di patologia: chi non riesce ad adattarsi ai cambiamenti della vita e della società fatica a comprendere le dinamiche collettive e finisce per rifugiarsi proprio nella rabbia e nella prevaricazione, le uniche emozioni consentite.
Lei sui social ha pubblicato un intervento molto duro che ha anche un passaggio preciso: ‘Gli uomini stanno male, ma il conto lo fanno pagare agli altri’. Come si compie il passaggio psicologico per cui il dolore represso di un uomo diventa violenza contro la propria famiglia?
Si compie perché in questo modello di patriarcato mediterraneo le vittime più accessibili sono proprio le mogli e i figli. L’uomo che soffre ma a cui è stato insegnato a dominare le emozioni finirà per dominare chi quelle emozioni gliele fa sentire. In questo contesto si scambia il possesso e la gelosia per protezione e per modalità d’amore. Si interviene sempre con il codice rosso e con l’aumento delle pene a tragedia avvenuta: ma questo equivale a far uscire un’ambulanza quando l’incidente si è già verificato, anziché mettere dei semafori prima per evitare che accada. E dobbiamo ricordare che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg. Nel nostro Paese ci sono infatti 6,4 milioni di donne, pari al 31,9% tra i 16 e i 75 anni, che hanno subito nel corso della propria vita una forma di violenza fisica o sessuale, e nove su dieci non denunciano perché il sistema non le protegge.
Le sue analisi si inseriscono al centro di uno scontro culturale apertissimo. Roberto Vannacci nega l’esistenza del reato di femminicidio e propone la difesa del patriarcato mediterraneo. Lei ribalta, parla dell’urgenza di decostruire le norme patriarcali.
Il generale Vannacci crede che togliere la parola femminicidio tolga anche i corpi delle donne uccise. Ogni anno vengono uccise circa 100 donne per femminicidio, e la grande maggioranza di questi delitti avviene nell’ambito familiare-affettivo. Uno dei pochi segnali di concreto avanzamento in Italia è stata proprio l’istituzione del reato di femminicidio. Quando mia sorella è stata uccisa dal marito con tentativi plurimi di decapitazione, stavano insieme da quando avevano 14 anni; lei ha perso la vita a 36 anni, con un bambino di due anni e mezzo in casa che oggi è mio figlio e ha 16 anni. È un adolescente a cui sto insegnando a diventare uomo. Parlare di patriarcato mediterraneo e del dover dominare le emozioni nasconde un’insidia: il passaggio dal dominare le proprie emozioni al dominare chi quelle emozioni le ha fatte sentire è purtroppo troppo breve. Quando si sostiene che gli uomini debbano dominare le emozioni, suona esattamente come dire che debbano continuare a dominare le donne che fanno provare loro quelle emozioni.Questo è gravissimo per una persona, oggi politico ed europarlamentare, che intende candidarsi al governo di un Paese rimasto tra gli ultimi in Europa a non avere ancora l’educazione sessuo-affettiva e sessuale comprensiva a scuola. Invece di retrocedere verso un mito da anni ’80 dell’uomo invulnerabile o alimentare complessi di vittimizzazione maschile di fronte all’avanzamento delle tutele, occorre capire che l‘allargamento dei diritti civili e umani aumenta la libertà di tutte e di tutti. 
Patriarcato e affettività, il post di Damiano Rizzi (Credits Instagram)Dottore, nel suo libro ‘Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per disarmare la violenza’ lei individua proprio nei banchi di scuola il luogo d’impatto dove colmare un vuoto educativo. Di fronte alle forti resistenze ideologiche su questo tema, lei lancia una proposta politica molto netta: rendere l’educazione affettiva e al consenso obbligatoria nelle scuole, anche senza il consenso delle famiglie.
È fondamentale superare il consenso delle famiglie perché sono proprio le famiglie in cui c’è violenza quelle che non darebbero mai l’autorizzazione. Amare è una competenza che va insegnata esattamente come la matematica, non si chiede il permesso ai genitori per insegnarla, non si deve chiedere il permesso per insegnare la competenza dell’amore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Convenzione di Istanbul ci impongono un’educazione sessuale comprensiva fin dalle scuole elementari. Imparare a stare in relazione con gli altri richiede di saper regolare e condividere le proprie emozioni, che è l’opposto del dominarle. Dominare le emozioni è l’antitesi della salute mentale. Nelle nuove direttive scolastiche nazionali la violenza di genere è citata una sola volta e definita una “triste patologia“. Ma la violenza non è una patologia: è un comportamento appreso, e come tale può e deve essere disimparato a scuola e in famiglia. Se le istituzioni e la scuola tacciono, questo silenzio viene riempito dai ragazzi a 8-11 anni attraverso la pornografia e gli algoritmi dei social media, che rispondono a interessi commerciali e non al bene dei nostri figli. Siamo in un contesto dove parlare di patriarcato viene considerato già qualcosa di retrogrado. Viviamo un periodo in cui i maschi, gli uomini, si sentono emasculati, cioè meno uomini, meno virili, ogni volta che si parla di diritti, di femminicidio o di patriarcato. Non riescono a capire, non tutti gli uomini, ma certi uomini forse un po’ troppo nostalgici, che i diritti umani, compreso il diritto all’educazione sessuo-affettiva, sono interdipendenti. Se noi aumentiamo i diritti, aumentano i diritti anche di questi stessi uomini, che invece sviluppano un complesso di vittimizzazione, sentendosi vittime dei diritti. E chiaramente, in un contesto sovranista, maschilista e classista, ci sono alcuni soggetti come il generale Vannacci che se ne approfittano. Hanno capito il meccanismo.
Molto spesso di fronte a questi temi si tende a chiamarsi fuori o a considerarsi estranei al problema. Come può il mondo maschile farsi carico di una reale responsabilità e diventare parte attiva di questo cambiamento?
L’atto di responsabilità è compiere il passaggio da maschi a uomini. Si nasce maschi per una questione biologica; diventare uomini significa riconoscere che nel nostro Paese abbiamo un problema strutturale di violenza di genere. Va chiesto a tutti di partecipare in prima persona a questo cambiamento, comprendendo che quando si aumenta il livello dei diritti aumenta la libertà e la sicurezza per ciascuno. I diritti sono interdipendenti: se ne togli uno, li togli tutti.
