Le preferenze previste dall’emendamento alla legge elettorale sono «farlocche» per Giuseppe Conte, che ha attaccato Meloni alla Festa del Fatto Quotidiano, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, in provincia di Lucca. Il presidente M5S ha contrapposto l’attenzione del Parlamento per la riforma ai rincari degli alimenti e della benzina e ai 6 milioni di italiani che, ha sostenuto, non riescono ad arrivare a fine mese. Il suo intervento ha riguardato anche la scelta della leadership nel centrosinistra e il ruolo delle altre forze nel cosiddetto campo largo.
Le contestazioni sulle preferenze e sulla raccolta delle firme
La critica alla legge elettorale è diventata un’accusa diretta alla finalità dell’intervento. «Meloni ma non ti vergogni», ha chiesto Conte, «a rivolgere tutte attenzioni del Parlamento sulla legge elettorale per perpetuare la tua poltrona?». Il leader M5S ha richiamato la posizione sulle preferenze sostenuta da Meloni quando era all’opposizione, contrapponendola all’emendamento che le attribuisce.
Al centro della contestazione ci sono i capilista bloccati: per Conte, la loro presenza rende le preferenze «farlocche» e forse consentirà soltanto a qualche partito maggiore di eleggere qualche candidato attraverso quel meccanismo. Il presidente M5S ha contestato anche il richiamo di Meloni alla propria coerenza.
Un altro passaggio ha riguardato la raccolta delle firme. Conte ha ricordato che Meloni, arrivando in Parlamento nel 2013, aveva dovuto raccoglierne 40mila ed era entrata con l’1,8%. Le ha quindi rimproverato di aver fatto votare dalla maggioranza la richiesta di 400mila firme: una «barriera insuperabile», a suo giudizio, anche per buona parte delle forze già presenti in Parlamento. Il confronto tra le due soglie è stato uno degli argomenti utilizzati contro la riforma.
La leadership del campo largo e il confronto con il Pd: parla Conte
La regola del partito più forte, indicata dal Pd come criterio preferenziale per scegliere la leadership, non offre garanzie al M5S, secondo Conte. «Non è una questione personale nei confronti di Elly Schlein», ha precisato: il Movimento non può mettersi preventivamente nelle mani di un’altra forza politica, sia essa il Pd o qualsiasi altro partito. Conte ha definito quel criterio «egemonico», rivendicando un Movimento impegnato nelle battaglie e non nel sostegno preventivo a qualcuno.
L’alternativa proposta era il metodo seguito alle Regionali: niente primarie, ma neppure una scelta pregiudizialmente affidata al Pd. Conte ha ricordato la valutazione comune delle circostanze concrete e del candidato più competitivo, compiuta senza danneggiarsi. Dopo il rifiuto del Pd, ha spiegato, «noi entriamo nel campo del Pd con le primarie».
Quanto a Matteo Renzi, Conte ha giudicato una «follia» immaginarne un ruolo centrale nella formazione di centro, attribuendogli una capacità espansiva molto modesta: «Stiamo parlando del 2%». Ha poi respinto la lettura secondo cui lui e Onorato sarebbero schierati l’uno con l’altro, distinguendo le posizioni espresse rispetto alla leadership della coalizione.
Renzi, ha ricordato Conte, ha dichiarato che voterà Schlein; Onorato, invece, non ha scelto tra Schlein e Conte e sta aggregando altre forze. Da qui la domanda del presidente M5S sull’eventualità di escluderlo: «Cosa facciamo, lo teniamo fuori per dare centralità a Italia viva?».
