“Era una ragazza delicatissima, che si poteva rompere come niente, nonostante la sua volontà di resistere a quello che le stava succedendo. Era una crisalide, un animale che stava cercando di diventare farfalla: questa è l’immagine che mi porto dal primo dei tre colloqui che ho avuto con lei. Secondo me bisogna rivedere il principio e il modo della protezione, perché la protezione non può consistere nell’isolamento della persona che ha un trauma alle spalle. Certo, bisogna tutelarne l’incolumità da possibili rappresaglie, ma bisogna preservarne anche i legami sociali, la possibilità di verificare l’affetto da cui si è circondati. Quello che è successo è figlio anche della solitudine”. Ad affermarlo Nando Dalla Chiesa, sociologo, scrittore e accademico, a proposito del suicidio di Denise Cosco, la figlia della testimone di giustizia e poi vittima della ‘ndrangheta Lea Garofalo, che si è gettata da una finestra a Roma lo scorso 6 settembre, per poi morire quattro giorni dopo. Parlando a margine di un convegno sui mercati internazionali delle droghe, ora in corso all’Università degli Studi di Milano, Dalla Chiesa ha detto che, per come è ora concepito, il sistema di protezione “non è in grado di garantire i più fragili”, e infatti Denise “non vedeva le persone che le volevano bene: le ha viste da una finestra ai funerali di sua madre, le ha viste al cimitero e nelle tante lettere che le venivano mandate, ma c’è bisogno anche del contatto fisico, del consiglio, della carezza”. Il sociologo ha quindi concluso dicendo che “sarebbe bello se fosse sepolta insieme alla madre”.