Alla Mostra del Cinema di Venezia il Leone alla carriera è andato a Ellen Burstyn. La Sala Grande del Lido si è alzata in piedi per una lunga ovazione; lei, sul palco, ha lasciato trasparire l’emozione senza nasconderla. Un tributo netto, che ha aperto una serata costruita sulla memoria e sul mestiere.
Il riconoscimento — il secondo assegnato quest’anno nella stessa categoria dalla manifestazione — è stato accompagnato da poche parole, scelte con cura. «Così mi fate piangere», ha esordito, prima di prendere la platea per mano e tornare alle origini di un percorso che ha unito disciplina e curiosità.
Ellen Burstyn Leone d’Oro Venezia e il discorso sulla linea bianca
Nel suo intervento Burstyn ha chiarito che un premio alla carriera non fotografa solo i risultati, ma anche le lezioni sedimentate nel tempo. Ha ricordato l’incontro con Lee Strasberg e l’Actor’s Studio, indicandoli come snodo decisivo: «mi hanno cambiato la vita», ha spiegato senza giri di parole. Poi, un’immagine dal set: durante le riprese di Alice non abita più qui, alla guida di un’auto circondata da regista e troupe appollaiati sul cofano, imparò a fissare lo sguardo su una cosa semplice — «seguire la linea bianca» — per non perdere il controllo e arrivare a fine scena.
Da quell’aneddoto tecnico è scaturito il passaggio più coinvolgente. «Spero, anzi, prego che anche il mio Paese trovi molto presto la sua linea bianca», ha detto, trasformando un trucco di set in una richiesta civile. Non un proclama, piuttosto un invito a tenere la rotta. E, in controluce, la definizione di che cos’è per lei il lavoro: non inseguire soltanto il successo, ma diventare il tipo d’attrice che ammirava, con strumenti solidi e scelte coerenti nel tempo.
La laudatio e i ruoli richiamati
La presentazione ufficiale è stata affidata a Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria del concorso internazionale, che ha tenuto la laudatio prima della consegna. Ha ripercorso ruoli e registri, fermandosi sul modo in cui Burstyn “abita” i personaggi «con il corpo, il cervello, il cuore, la mente», e l’ha definita «la nostra regina». Non un’etichetta di comodo, ma la sintesi di una presenza scenica che attraversa decenni.
A seguire è stato proiettato il corto Flesh Impact: Burstyn interpreta un’ideale Marilyn Monroe centenaria insieme a Dakota Johnson. La programmazione ha messo in dialogo il tributo con le immagini, tracciando un filo che dai titoli più celebri — da L’esorcista a Requiem for a Dream — arriva a un gioco di reinvenzione contemporanea. Non solo catalogo, quindi, ma una dimostrazione ravvicinata della versatilità.
Quel percorso, sottolineato dalla laudatio, ha restituito il metodo oltre ai titoli: incontri trasformati in scelte, allenamento convertito in interpretazioni. Un modo concreto di raccontare coerenza artistica, senza aggettivi superflui.
Sguardo su Hollywood e lavori in corso
Più tardi, in conferenza stampa, Burstyn ha allargato lo sguardo alle trasformazioni dell’industria. «È cambiato enormemente», ha osservato, ricordando che all’inizio della sua carriera le donne stavano soprattutto davanti alla macchina da presa e assai meno dietro. Ha citato chi ha spinto il cambiamento e ha reso omaggio a Gloria Steinem, «da poco scomparsa», come riferimento che ha accelerato quel processo di integrazione.
Accanto a questo, una riflessione sul ciclo creativo: spesso l’energia più pura dei registi emerge agli esordi, mentre la «fabbrica di hamburger di Hollywood» rischia di smussarne gli angoli. Non un lamento, piuttosto una constatazione maturata sul campo. In controtendenza, ha aggiunto, il confronto con nuove generazioni di autori e interpreti resta la benzina per continuare a lavorare.
Non solo cerimonie: Burstyn è al Lido anche con Place to Be di Kornel Mundruczó, titolo fuori concorso. La presenza nel programma ha fatto da contrappunto al riconoscimento, segnalando una carriera che non si limita a essere celebrata ma che continua a muoversi.
La cerimonia si è svolta nella Sala Grande al Lido, alla presenza del pubblico e della giuria. Un luogo simbolo della Mostra, scelto per un omaggio che ha intrecciato parole, immagini e memoria professionale.
