Un differimento di 45 giorni nell’avvio delle cure avrebbe inciso in modo decisivo sulle probabilità di sopravvivenza di Francesco Gianello, 14 anni. È quanto emerge da una perizia depositata alla Corte d’Assise di Vicenza, che collega il ritardo terapeutico alla progressione dell’osteosarcoma. Il quattordicenne, deceduto nel gennaio 2024, è al centro di un fascicolo che ripercorre tappe, scelte e alternative seguite al posto del protocollo standard.
Cosa dice la perizia su Francesco Gianello osteosarcoma e sopravvivenza
I consulenti nominati dalla Corte, Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, hanno messo a confronto il percorso previsto per un osteosarcoma di alto grado — biopsia, chemioterapia neoadiuvante, chirurgia — con ciò che è accaduto. Per loro, la rinuncia alla terapia codificata e il ricorso a pratiche alternative riconducibili al metodo Hamer hanno influito sul decorso clinico.
La relazione introduce anche una quantificazione. Se l’iter fosse partito senza rinvii, la probabilità di sopravvivenza a cinque anni sarebbe stata intorno al 74,8%; con l’avvio ritardato, scenderebbe al 45%. Non si tratta, precisano, di un numero estratto dal nulla: la stima è costruita su casistiche pubblicate e linee guida richiamate nel documento, che fungono da base comparativa. In questo quadro, il tempo sottratto al protocollo standard diventa la variabile che, secondo i periti, ha cambiato la traiettoria della malattia.
Diagnosi, tempi e progressione clinica
I primi disturbi risalgono al dicembre 2022. La diagnosi di osteosarcoma di alto grado del femore è stata formalizzata all’Istituto Rizzoli di Bologna, dove il passo iniziale per avviare la cura — la biopsia — era stato programmato per il 15 marzo 2023. Poco prima dell’esame, i genitori hanno ritirato il consenso.
In quel momento, riferiscono i consulenti, la neoplasia risultava localizzata e quindi candidabile a chirurgia. Di conseguenza, il ritiro del consenso ha generato un differimento stimato in 45 giorni rispetto alla tabella clinica. Secondo la perizia, in quell’arco la patologia è passata da uno stadio localmente avanzato alla comparsa di metastasi polmonari. A conferma dell’aggravamento, il 25 aprile il ragazzo è arrivato al pronto soccorso di Perugia in condizioni definite critiche nella documentazione sanitaria analizzata; a quel punto, osservano i periti, la lesione non era più considerabile operabile. A distanza di poche settimane, l’orizzonte terapeutico si era dunque ristretto.
Sostanze ipotizzate e posizione della difesa
I consulenti prendono in esame anche il possibile utilizzo, nell’ambito dei trattamenti alternativi, di composti con effetti neurotossici. Tra le ipotesi figura l’artemisia. Nei referti di dimissione del ricovero perugino compaiono annebbiamento visivo, incoordinazione motoria e agitazione: segnali che, per i periti, non si esclude possano essere compatibili con l’esposizione a sostanze non convenzionali. Detto ciò, la relazione specifica che non esistono prove dirette dell’effettiva somministrazione di artemisia al minore.
In parallelo, la difesa imbocca un’altra strada. Gli avvocati contestano che vi sia un nesso causale dimostrato tra le decisioni dei genitori e l’esito finale, e invitano a non trasformare percentuali probabilistiche in certezze processuali. Nel procedimento, madre e padre rispondono di omicidio volontario con dolo eventuale; spetterà ai giudici valutare se il rifiuto delle cure e il ricorso a terapie alternative abbiano concorso al decesso alla luce degli atti. L’esame pubblico della perizia è fissato per il 16 settembre davanti alla Corte d’Assise, quando i consulenti verranno ascoltati e il documento sarà pesato nel quadro probatorio.
