La Food and Drug Administration ha autorizzato negli Stati Uniti PrecivityAD2, una tipologia di analisi del sangue sviluppato dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Washington, che potrebbe individuare i primi segnali dell’Alzheimer a partire dai 40 anni, come riportato da Repubblica. L’esame garantirebbe un’accuratezza superiore al 90% e offre un’alternativa non invasiva a punture lombari o scansioni cerebrali.
Come funziona l’analisi per individuare l’Alzheimer
Il test utilizza la spettrometria di massa ad alta risoluzione per analizzare un campione di sangue e misurare i rapporti tra i biomarcatori biomarcatori beta-amiloide (Aβ42 e Aβ40) e le proteine tau (p-tau217 e tau217). È indicato dai 40 anni in su, ma esclusivamente per soggetti con sintomi o segni di deterioramento cognitivo già evidenti. PrecivityAD2 non sostituisce la valutazione medica globale, ma può velocizzare la diagnosi e permettere un accesso precoce a terapie.
Nella presentazione del test, biomarcatori hanno un ruolo centrale: l’analisi punta a definire i rapporti tra Aβ42 e Aβ40 e tra p-tau217 e tau217. L’idea è offrire una diagnosi non invasiva rispetto alle tipiche procedure diagnostiche.
Inoltre, una nota di cautela sottolinea che la diagnosi precoce non garantisce un beneficio clinico immediato, e che l’interpretazione dei biomarcatori va contestualizzata all’interno della valutazione clinica complessiva. La formulazione del metodo non è destinata a sostituire l’iter diagnostico tradizionale.
Il quadro in Italia
L’impatto delle demenze sul contesto nazionale è significativo: sono oltre 1,4 milioni le persone con demenza in Italia (più di 600.000 con Alzheimer). L’Alzheimer interessa circa il 5% degli over 60, con 65.000 nuovi casi all’anno. La situazione coinvolge oltre 3 milioni di caregiver.
Questi numeri sottolineano la necessità di diagnosi tempestive e di strumenti diagnostici meno invasivi. Il dibattito pubblico ruota attorno all’equilibrio tra diagnosi precoce e eccessive preoccupazioni per diagnosi potenzialmente non confermate.
I dubbi degli esperti: il rischio di sovradiagnosi
«Bisognerebbe focalizzare l’attenzione soprattutto su un punto: la differenza, tutt’altro che scontata, tra positività biologica e certezza di malattia clinica», ha spiegato Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’IRCCS San Raffaele di Roma. «L’esame del sangue misura i rapporti tra i livelli di amiloide (Aβ42 e Aβ40) e di due proteine tau (p-tau217 e tau217 totale) per rilevare l’accumulo di placche amiloidi nel cervello. Questo è un biomarcatore di rischio patologico, non un rilevatore della malattia clinica in sé. E serve cautela: una parte consistente (50-60%) delle persone che risultano positive a questi biomarcatori non sviluppa mai i sintomi clinici nell’arco del follow-up diagnostico».
«Avere placche amiloidi nel cervello non equivale a sviluppare la demenza», ha aggiunto Rossini. Il dibattito sulla tempestività delle terapie monoclonali, tra cui il primo approccio Lecanemab, resta aperto, con analisi recenti che ne mettono in discussione l’efficacia. Repubblica riferisce che il PrecivityAD2 potrebbe ricevere l’approvazione in Europa e in Italia entro i prossimi due anni.
