Duane “Keffe D” Davis è stato condannato da una giuria di Las Vegas per l’omicidio di Tupac Shakur, segnando la prima condanna formale sul caso aperto dalla sparatoria del 1996. La giuria ha pronunciato il verdetto dopo meno di tre ore di camera di consiglio, e il giudice ha disposto la custodia cautelare senza possibilità di cauzione. La sentenza è prevista per il 13 ottobre.
Secondo l’accusa, Davis è responsabile di omicidio di primo grado con l’uso di un’arma letale e rischia l’ergastolo. I pubblici ministeri hanno puntato sulle dichiarazioni rese dallo stesso imputato nel corso degli anni — conversazioni con investigatori, interviste e passaggi della sua autobiografia — per ricostruire il suo ruolo nella sparatoria vicino alla Strip di Las Vegas. L’avvocato difensore ha invece sostenuto che si trattava di esagerazioni e storie raccontate per denaro e notorietà.
Le prove contro Davis e il suo ruolo nella sparatoria
L’accusa ha fondato il proprio caso in larga parte su dichiarazioni pubbliche e private rese da Davis nel tempo, comprese affermazioni riportate nell’autobiografia “Compton Street Legend” e in documentari e interviste. In più occasioni Davis si è identificato come presente nella Cadillac bianca che si affiancò all’auto con Tupac Shakur e Marion “Suge” Knight la sera del 7 settembre 1996, e ha descritto di aver preso una pistola e di averla passata al sedile posteriore prima che venissero esplosi i colpi.
Gli inquirenti hanno evidenziato che, pur non accusando Davis di aver premuto il grilletto, l’accusa gli imputa di aver organizzato il gruppo, fornito l’arma e contribuito a compiere l’attacco come rappresaglia dopo il pestaggio all’MGM Grand di Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis. La legge del Nevada consente di ritenere penalmente responsabile chiunque aiuti o contribuisca a commettere un omicidio, e la pubblica accusa ha sostenuto che i dettagli ripetuti dallo stesso Davis consentivano di collegarlo agli eventi della notte.
La difesa, guidata dall’avvocato Michael Sanft, ha chiesto alla giuria di scartare proprio quelle dichiarazioni che l’accusa considerava più schiaccianti. Sanft ha definito le rivelazioni del suo cliente come spacconate o finzione pubblicitaria e ha sostenuto che Davis avesse incrementato il racconto nel tempo per ottenere vantaggi economici o notorietà, non per ammettere una responsabilità penale diretta.
Iter investigativo, arresto e processo
Le indagini sul delitto rimasero aperte per decenni, con sospetti, morti e testimoni reticenti che resero difficile costruire un caso perseguibile. Davis parlò informalmente con investigatori nel 2008 in base a un accordo con le autorità federali e di nuovo con la polizia di Las Vegas nel 2009; le circostanze di quegli interrogatori complicarono la possibilità di usare immediatamente le sue dichiarazioni in un procedimento penale.
Successivamente Davis iniziò a rivelare dettagli pubblicamente in documentari, interviste e nella sua autobiografia, e l’accusa sostenne che quelle rivelazioni riaprissero la possibilità di utilizzare dichiarazioni rilasciate anni prima. Una nuova indagine della polizia di Las Vegas portò all’arresto di Davis nel 2023 e al processo che si è chiuso con la condanna della giuria.
Dopo il verdetto il giudice Carli Kierny ha ordinato la detenzione senza cauzione in attesa della pronuncia della pena. Alla lettura del verdetto Davis ha alzato la mano e ha detto: «Mi scusi», quindi ha chiesto la restituzione di gioielli, un telefono e altri effetti personali e ha dichiarato: «E vorrei presentare ricorso». Il giudice ha indicato che il ricorso potrà essere presentato dopo la sentenza, fissata per il 13 ottobre.
Il contesto della morte di Tupac Shakur e le conseguenze
Tupac Shakur rimane oggi una figura di riferimento nel panorama hip hop: nato Lesane Parish Crooks nel 1971 e cresciuto tra New York, Baltimora e poi la California, cambiò nome in Tupac Amaru Shakur e si impose come voce potente del genere. Dopo aver lavorato come ballerino e roadie per i Digital Underground, iniziò la carriera da solista nel 1991 con l’album “2Pacalypse Now” e pubblicò in seguito brani come “Dear Mama” e “California Love”; fu anche attore in film come “Juice” e “Poetic Justice”.
La sera del 7 settembre 1996, dopo un incontro di boxe, Tupac fu colpito da diversi proiettili mentre si trovava in auto con Suge Knight vicino all’MGM Grand di Las Vegas; morì sei giorni dopo, il 13 settembre 1996, all’età di 25 anni. Per anni l’omicidio non fu risolto: la polizia sospettava che si trattasse di una rappresaglia legata alla faida tra East Coast e West Coast e al pestaggio avvenuto la stessa notte all’interno dell’MGM Grand contro Orlando “Baby Lane” Anderson, ma le indagini non avevano portato a una condanna fino al processo culminato con la sentenza contro Davis.
La condanna rappresenta il primo verdetto di responsabilità penale formale sul caso, a quasi trent’anni dai fatti, e riapre un capitolo giudiziario che per decenni era rimasto senza una conclusione processuale. La pronuncia della pena, attesa il 13 ottobre, definirà il profilo sanzionatorio per Davis e chiuderà una lunga fase di indagine e dibattito pubblico sulla morte di un artista la cui eredità musicale continua a essere citata da generazioni successive.
