Il Regno Unito ha imposto dal 25 luglio 2025 l’obbligo per i siti pornografici accessibili dal paese di adottare sistemi definiti “altamente efficaci” di verifica dell’età, stabiliti dall’Online Safety Act. A un anno dall’entrata in vigore, i dati disponibili mostrano risultati contrastanti e un paradosso inatteso. Pornhub ha infatti dichiarato che il proprio traffico britannico è diminuito del 77% rispetto al periodo precedente all’introduzione dei controlli; si tratta di una rilevazione fornita dalla stessa società proprietaria del sito e va letta con questa avvertenza.
Dati pubblici e il paradosso delle classifiche
La riduzione di traffico su singoli grandi portali regolamentati è stata registrata anche dall’autorità che applica la norma, Ofcom, ma i numeri non si traducono automaticamente in una minore offerta di contenuti accessibili ai minorenni. Il paradosso nasce da una dinamica semplice e descritta dai dati: quando un utente incontra una procedura di verifica su un sito conforme, può abbandonarlo e cliccare su un altro risultato nella pagina di ricerca. Le pagine che evitano la verifica ricevono così visite aggiuntive, più tempo di permanenza e meno abbandoni, elementi che migliorano la posizione nei risultati di ricerca.
Secondo la ricostruzione fornita dalla società, nel giugno 2026 sette dei primi dieci risultati britannici per la ricerca «porn gratis» conducevano a siti privi di una verifica dell’età conforme. Quel dato, riferito da Pornhub, mette in luce che la semplice introduzione dell’obbligo non basta a spostare l’ecosistema online verso la conformità: la visibilità conferisce un vantaggio pratico ai siti che non si adeguano, con effetti oppositi rispetto all’intento della norma.
VPN, contromisure e selezione dei siti
Un secondo effetto registrato è l’aumento dell’uso di VPN dopo l’entrata in vigore dell’age verification. Ofcom ha segnalato una crescita nell’utilizzo di questi strumenti: la coincidenza temporale è stata sufficiente a inserirne gli effetti nel dibattito pubblico. L’uso della VPN permette a una parte degli utenti di aggirare i controlli geografici e accedere a versioni dei siti non soggette all’obbligo, oppure a servizi che dichiarano una diversa localizzazione dell’utenza.
Il risultato pratico è una sorta di selezione: i grandi siti regolamentati possono essere costretti a moderare contenuti, gestire segnalazioni e collaborare con le autorità; i portali anonimi o ospitati all’estero possono invece mantenere standard molto diversi. Questa dinamica sposta il problema dal perimetro legale verso la capacità di controllo tecnico e di enforcement, con conseguenze che riguardano direttamente la protezione dei minori, non soltanto gli interessi economici degli operatori coinvolti.
Il quadro italiano e le alternative in discussione
Il caso britannico interessa l’Italia perché l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni sta cercando di applicare un modello analogo. Con il Decreto Caivano e la delibera 96/25/CONS, i siti e le piattaforme che diffondono contenuti pornografici sono tenuti ad adottare sistemi efficaci di verifica della maggiore età: gli obblighi sono operativi dal novembre 2025 per gli operatori italiani e quelli extra-UE e dal febbraio 2026 per quelli stabiliti negli altri Stati membri dell’Unione. In caso di mancato adeguamento, AGCOM può procedere fino all’oscuramento del sito.
La norma italiana però ha subito una battuta d’arresto giudiziaria: il TAR ha accolto il ricorso di Pornhub che, a febbraio, si era presentata davanti al Tribunale del Lazio, congelando di fatto l’applicazione della normativa nazionale. Sul piano europeo, la Commissione Europea sta sviluppando un modello comune collegato al Digital Services Act che dovrebbe permettere agli utenti di dimostrare di avere più di 18 anni senza comunicare l’identità al sito visitato; il modello comunitario viene indicato come una possibile soluzione per ridurre l’impatto sulla privacy rispetto all’invio diretto di documenti a ogni portale.
Come fanno notare alcuni player del settore, la tecnologia può rendere la verifica dell’età più rispettosa della privacy, ma non può imporre l’adozione di tali strumenti a siti illegali o anonimi collocati fuori dalla giurisdizione. Finché l’attenzione resta concentrata solo sulla porta d’accesso pubblica e non sul dispositivo di fruizione – dove sono già integrati sistemi di parental control – il rischio è che si impedisca l’accesso «dalla porta principale» senza evitare quello «dalla porta sul retro». Osservare l’esperienza britannica nel dettaglio diventa quindi un esercizio pratico necessario prima di trasformare l’age verification nella soluzione definitiva per la protezione dei minori.

