Domenico Papalia è morto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato per le complicanze di un tumore; aveva 81 anni. In libertà da luglio, dopo 49 anni di detenzione, stava seguendo le cure fuori dal carcere in seguito a un differimento della pena concesso dal Tribunale di sorveglianza per motivi di salute. Il ricovero è iniziato il 17 agosto e, secondo quanto risulta, l’aggravamento è stato progressivo fino al decesso avvenuto in mattinata.
Il suo nome resta legato alla stagione in cui la ’ndrangheta ha consolidato presenze stabili in Lombardia, con Milano e hinterland come baricentro operativo.
Dagli anni Settanta all’asse Milano-Buccinasco
Nato a Platì, alle pendici dell’Aspromonte, e conosciuto come “Micu”, Papalia viene indicato dalle ricostruzioni giudiziarie tra i protagonisti dell’espansione della ’ndrangheta fuori dalla Calabria a partire dagli anni Settanta. In quel disegno, Buccinasco è entrata nelle cronache come uno snodo rilevante, mentre Milano e la Lombardia hanno rappresentato la piattaforma per affari e relazioni.
Secondo sentenze e indagini, la penetrazione avrebbe toccato comparti diversi: edilizia e appalti pubblici, traffico di stupefacenti, sequestri di persona, riciclaggio. Di lì in avanti si sarebbe consolidata una catena di interessi capace di dialogare con l’economia legale. In questo scenario, Papalia viene descritto in posizione apicale insieme ai fratelli Antonio e Rocco, con un ruolo strategico nella gestione e nella protezione dei profitti.
Condanne, assoluzioni e casi simbolo
La carcerazione è iniziata nel 1977 e, negli anni, sono arrivate più condanne all’ergastolo. Una delle prime – emessa nel 1983 per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, ucciso a Roma nel 1976 – è stata ribaltata nel 2017 dalla Corte d’assise d’appello di Perugia, che ha assolto Papalia “per non aver commesso il fatto”. A quel punto però sono rimasti in piedi altri verdetti definitivi, compresi due ergastoli, tra cui quelli per gli omicidi di Umberto Mormile e dell’avvocato Pietro Labate.
Il caso Mormile è uno dei dossier più citati: l’11 aprile 1990, nelle campagne di Carpiano (Milano), l’educatore carcerario venne affiancato da una moto di grossa cilindrata e colpito da sei colpi di arma da fuoco. L’azione fu rivendicata con la sigla “Falange armata”. Papalia è stato condannato in via definitiva come mandante, insieme al fratello Antonio; lui ha sempre respinto le accuse, definendosi innocente. A distanza di decenni, la stratificazione di pronunce racconta un percorso giudiziario non lineare: assoluzioni per alcuni capi, conferme pesanti per altri.
Affari e ricadute sul territorio
Per anni Buccinasco è stata considerata da inquirenti e forze dell’ordine un riferimento per attività economiche riconducibili alla cosca in Lombardia. Le carte menzionano infiltrazioni in cantieri e commesse pubbliche, oltre a traffici di droga e sistemi di riciclaggio. Su quel terreno, l’effetto è stato duplice: distorsione della concorrenza e radicamento di relazioni capaci di attraversare più settori.
La biografia di Papalia incrocia anche un lutto privato. Nel 1993 il figlio Pasqualino morì a Platì, colpito da un proiettile vagante durante i festeggiamenti di Capodanno; un episodio che torna spesso nelle ricostruzioni della famiglia. Da una parte le condanne definitive, dall’altra segmenti processuali chiusi con esiti diversi: il quadro che emerge è fatto di sentenze, appelli, revisioni, in cui la responsabilità è stata affermata per alcuni fatti e esclusa per altri.
La scarcerazione disposta a luglio per ragioni mediche ha permesso la prosecuzione delle cure fuori dagli istituti penitenziari e ha riacceso l’attenzione su come trattare i detenuti con patologie gravi. Il Tribunale di sorveglianza ha motivato il differimento della pena con la documentazione clinica e con l’incompatibilità tra lo stato di salute e il regime carcerario ordinario.
Da qui l’ultima sequenza: le terapie, poi il ricovero del 17 agosto, quindi la morte al San Paolo di Milano. Sono i passaggi finali di una vicenda giudiziaria e investigativa che ha inciso sul racconto delle infiltrazioni mafiose al Nord e che, con il decesso di Papalia a 81 anni, si chiude sul piano personale ma continua a produrre atti e analisi nelle aule dei tribunali.
